Quanto vale un racconto breve?

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Non sarà Letteratura … no di certo!
         “Oh Socio percheccazzò non abbiamo mai letto Proust?” –
         “Che roba …quando mi si parano davanti ben cinque pagine su di un cespuglio fiorito Sentivo l’acre odore dell’infanzia danzarmi contro l’immagine di mio padre morente…, un volo di dieci metri gli ho fatto fare!” –
         “Eppure dicono che è l’autore più grande del XX° secolo.” –
         “Come no, a vederci Socio …Sentivo l’acre odore dell’infanzia danzarmi contro l’immagine di mio padre morente meglio le stronzate che scrivi tu!
Detto fatto, torniamo a noi due.
Aveva la faccia di un pesce all’amo, non era brutta, anzi, ma la bocca era proprio quella di un pesce boccalone, il muso soltanto però, gli occhi stavano bene. Gli incisivi superiori erano di gran lunga due volte quelli inferiori, le lasciavano le grosse labbra perennemente dischiuse e in affanno, ma quando succhiava sembrava quasi poterli fare scomparire, tanta era la carne che sentivo scivolare fino in fondo sul mio cazzo. Andava forte di saliva e lingua, era davvero la sua specialità. Mi lasciava sempre guardare lo spettacolo e non disdegnava una strizzatina ai coglioni e la lingua dentro, conosceva i trucchetti giusti e le piaceva che la osservassi usarli compiaciuto, purtroppo mi sputava via troppo in fretta senza nemmeno fare un glu glu e anche per questo era una stronza.
Ci univa solo il sesso, tagliamola subito qui.
Entravamo a casa mia, la mia educazione – “Gradisci qualcosa?” – e la sua solita risposta vellutata – “TE!!!”. Era convincente, veloce, pragma allo stato puro e non sorrideva mai forse a causa di quei dentoni da cavallo. Non era il massimo lo so e lo sentivo, come firmare la ricevuta di ritorno di una raccomandata o poco più, di sicuro lo stesso io per lei. Centosessanta centimetri scarpe incluse, l’aiuto della stagione estiva, capelli neri, occhi neri, pelle scura sempre molto abbronzata e lucida, un gran culone messinese da mille generazioni e piatta come l’invidia; l’amica disponibile dell’amica di un Socio, disponibile davvero. Ammiravo la sua onestà intellettuale…che dire di più? Ah…già, maledettamente stretta! Dovevo lavorarmela una buona mezz’ora laggiù nel bosco, a suon di lingua e sditalate, ma faceva troppo caldo per le immersioni e le sue cosce chiuse sul mio viso mi soffocavano, iniziavo a sudare come un maiale, le colavo sfinito sulla fica completamente asciutta, secca, restia e pelosissima. Nel mentre la sentivo armeggiare con destrezza, appena due tirate di bocca ed ero lì pronto, dovevo aspettare però, aspettare e sperare; non cambiava nulla, solo saliva e tanti peli a raschiarmi la gola. E le poche volte che ci riuscivamo non era mica una scopatona, vederla mordersi le labbra con quelle zanne mentre a poco a poco cercavo di infilarglielo ancor più dentro mi dava sui nervi, la svuotacazzi si spalancava con le mani ma niente, restavo ugualmente fuori per una buona metà e se solo inarcavo di razza mi guardava storto intimandomi l’ALT!
Lo voleva, ce la metteva tutta per farmi scivolare in fondo, se le squartava quelle coscette di pollo a furia di aprirle più che poteva, ma aveva una maledizione al contrario e avrebbe dovuto fare un po’ di stretching pure. Il suo forte erano così i pompinoni, ingoio a parte. A prima vista non ti saresti lasciato succhiare nemmeno un ditino per paura di quegl’incisivi trogloditi, lo ammetto, ma lo spirito d’adattamento è una bella bestia. Così provavamo ad evolverci, devo dire che a volte quella restrizione era quasi piacevole ma non parliamo di godere, doveva sempre agguantarmi fuori per vedermi schiattare, urlare, graffiare e bestemmiare da labbra a labbra. Non ci conoscevamo affatto, mai frequentati al di fuori di casa mia, parlavamo il minimo indispensabile e quando lo facevamo andavamo giù pesante; credo avesse più o meno vent’anni il tricheco e si chiamava Elisa.
         “Con quel coso molle avrai sempre il tuo bel da fare a ficcarmelo dentro…” –
         “Non credo sia un problema di durezza, non mi era mai successo prima, sei tu” –
         Bhe, pure io non avevo mai avuto tutti st’impedimenti prima” –
         “Vuol dire che ti si sta restringendo col passar degli anni” –
         “Stronzo!” – una volta su due era questa la parola che metteva fine ai nostri rari dialoghi.
 
Nessuno dei due se la prendeva più di tanto, le alternative non mancavano, certo, anche queste presentavano le loro ristrettezze, ma avete idea di quanto possa allargarsi un culo? Io ci andavo a nozze, Elisa avrebbe potuto presentarsi illibata al suo primo vero grande amore, faceva sempre più caldo e lì dietro se la cavava egregiamente bene. Rispetto.
         “Quasi quasi ho fatto la tua felicità…brutto porco pervertito” – non credevo al suo tono simil ironico, mi sembrava realmente urtata, dovevo pertanto scegliere la frase adatta per non perdermi anche l’inculata.
         “Non puoi immaginare quanto vorrei scoparti piccola mia!”
         “Forse se t’impegnassi un po’ di più, invece di zomparmi subito dietro al culo, qualcosa otterremmo”
         “Senti Elisa …” –
         “Non iniziare col Senti Elisa” – puntandomi il medio in faccia, aveva delle belle mani.
Stavamo per litigare? Poteva accadere anche quello, ovvero che due istinti, due enormi organi genitali potessero litigare? E l’evoluzione?
         “Cazzo non è colpa mia se sei chiusa come una cerniera…io vorrei…ma …” –
         “Che stronzo!” – stavolta non finì – “Che stronzo che sei …Vuoi saperla una cosa?”
         “…” – temevo oscure rivelazioni, era forse un travestito senza profondità?
         “Mi aspettavo molto di più dal SocioMacho sai?” – l’ho premesso che la lingua era la sua specialità.
         “Che vuoi dire?” – chiesi.
         “Ti sei mai chiesto se sono io ad essere troppo stretta o tu troppo…imbranato?” – l’ha detto merda, alla fine l’ha detto!
Ultimamente era diventata una caratteristica comune alle mie avventure quella di beccare sempre piccole satanasse mangiasborra pronte a metterti con le spalle al muro. L’essere libere sessualmente veniva spesso bilanciato da imprevedibili prese di posizioni sexocentriche, ben più forti di quanto siamo capaci di fare noi mezze seghe del cosìdetto sesso forte. E ancora una volta quel volermi sostituire a tutti i costi, rendermi vacuo, colpirmi nell’animo, proprio in mezzo alle gambe. Era terribilmente svilente essere soltanto un oggetto sessuale da rimpiazzare, oh sì.
         “Allora Delorda ? Che mi dici?” – mi richiamò sulla terra.
         “Come?” – credo mi avesse appena chiesto qualcosa.
La discussione aveva preso uno strano andazzo, un Cavallo di Troia serviva, con dentro il potente Thor. Elisa si era appoggiata alla testiera del letto con un cuscino a coprire la zona contesa, io piantatole davanti con la controparte affatto vergognosa di sé, pronta per la corrida. Fumavo una sigaretta sempre molle. Ripetè la domanda:
         Quant’è la circonferenza del tuo pisello?” –
         “Che diavolo ne so? Non mi sono mai puntato un compasso sulla cappella…” – sorrisi una nuvola di fumo.
         “Bhe, diciamo più o meno così?” – unendo indice e pollice.
         “Più o meno…forse” – realmente non capivo.
         “Mmmmmmm…” – fece Elisa guardandosi intorno.
         “Che c’è?” – chiesi.
         “Scommettiamo che riesco ad infilarmi dentro quella lampadina?”
Era la lampadina del lume accanto al letto, del tipo affusolato a forma di candela, niente di che rispetto al mio cazzo seppur fuori tono. Cadde un po’ di cenere sul letto.
         “ Con una mano sola e fino alla filettatura!” – buttai nel piatto il mio rilancio sorprendendomi per la prontezza.
         Con una mano sola e fino alla filettatura … ma se ci riesco tu mi dai il culo” –
Che vi dicevo?
Non era la prima volta che una donna andava a parare sul mio culo, dopo anni di su e giù avevo ormai capito che nel sesso se non sai dare non puoi saper prendere, ma quel “Mi dai il culo” era troppo generico, un contratto in bianco dai mille rischi, poteva sempre presentarsi il cuginetto galeotto di Elisa a riscuotere la vincita o magari ficcarmi tutto il lume su per l’ano e accendere, e tranne un paio di tastate alla prostata non era poi così ben allenato il mio povero culetto serpentino.
Eppoi c’era tutta la questione del SocioMacho, non potevo mica tirarmi indietro … cosa avrebbero pensato Dottor Minna e Socio Dojo? Elisa mi era stata presentata proprio da uno di loro, dovevo tenere alto il nome dei Soci Serpentini cazzo, culo o non culo.
La mia vittoria implicava il fallimento penetrativo della puttanella, ma poteva anche concretizzarsi con una rottura della lampadina nel bel mezzo della prova, la corsa in ospedale con un lenzuolo lordo di sangue tra le gambe, i casini con i questurini di turno al PS.
         “Allora D?” – insistente, troppo sicura di sè, non mi convinceva. Forse aveva lavorato con quegli oggetti in qualche Live Show di Bankok, mi avevano raccontato che certe ragazzine thailandesi riuscivano a stappare una bottiglia di Champagne con la fica, che numero per uno che sapeva solo scolarsela in 180 secondi.
         “Mmmmm … accetto ma solo a 3 condizioni” –
         “Spara”
         Prima Condizione: Nessun oggetto andrà a finire dentro il mio culo, ok?” – uccisi la sigaretta nel posacenere a forma di serpente.
         “D’accordo, nessun oggetto…” – per la prima volta la vidi sorridere e non mi piaceva, non mi piaceva affatto, sembrava qualcosa di duro, dovevano essere quei denti.
         Nessun oggetto e nessun cazzo, vero o finto che sia” – a chiare lettere nel contratto.
         “Va bene, ho capito, nessun oggetto e nessun cazzo, ma quanto siete stronzi voi uomini…” – gliela concessi – “E la terza?” –
         “Questa era ancora la prima. Seconda Condizione: se l’esperimento non riesce voglio poter scriverci su un racconto” –
         “Mi fai schifo ma me lo aspettavo…” – entrambe le cose erano palesi sul suo volto.
         Terza ed ultima Condizione: Io non ti accompagno all’ospedale” –
         “Vaffanculo!” – seriamente indignata mollò il cuscino, rovesciò il serpente ed incominciò a svitare via la lampadina dal lume. Continuai a restarle davanti con la luna calante, ero sicuro che l’avesse fatto altre volte ci campava con quei giochi, da un momento all’altro sarebbe pure spuntato l’aiutante, cinque a uno che sì!
         “Vuoi della musica in sottofondo?” –
          “Smettila coglione” – No, no, non c’era proprio dialogo tra di noi.
La lampadina aveva la forma giusta per agevolarla nelle operazioni, se l’era scelta con cura, tuttavia quel pomeriggio non ero riuscito ad infilarle nemmeno un ditino tanta era chiusa, eppoi faceva davvero un gran caldo. Conoscevo e rispettavo le pareti vaginali, adoravo sentirle contrarsi dopo aver scaricato tutto il contenuto, ma se le sapeva usare così bene (non mi sembrava) perché mai lo aveva finora fatto esclusivamente per tenermi fuori? Mmmmm, no, non c’era proprio da fidarsi di una che godeva nel prenderlo in culo, sin dall’inizio la cosa mi era apparsa troppo strana, nessuna moina di dolore, il collo rilassato, il buchino parlante… doveva avere un qualche cazzo di risvolto in tutto ciò.
Il fatto di non potersi aiutare con l’altra mano mi dava un certo vantaggio, ma non ero tranquillo, serviva una giuria imparziale. Iniziò a controllare il respiro tirando ritmicamente in dentro e in fuori il ventre, mi sembrava eccessivo per una lampadina, forse amava l’elemento scenico più di quanto immaginassi o anche lei era una di quelle stronzette patite della New Age alla ricerca del suo Karma.  Era questo che facevano in cerchio per 50 euro al mese? Arbitro time out!
Improvvisamente soffiò fuori tutta l’aria con un Uffffffffff convinto, le tettine le si afflosciarono ancora di più ed entrò in apnea pre – penetrazione. Teneva gli occhi chiusi e le labbra come un’idiota, mi dava enormemente fastidio averla sul mio letto, l’avrei dovuta schiaffeggiare e lasciarla continuare nella vasca da bagno. Nello stesso istante dell’Uffffffffff scaracchiò sonoramente sulla lampadina sbavandosi sul mento, ecco, si!…sembrava proprio una bavosa ritardata mentale. Quasi cianotica si passò la punta dell’oggetto attorno alla fica fino a farsi scappellare il grosso piselloso grilletto; non si era rivelata granchè sensibile ai giochi di lingua ma mostrava sicurezza, sapeva quel che faceva. Voleva bagnarsi prima di tentare il colpaccio, voleva la vittoria e il mio culo. Non avevo mai conosciuto il suo succo se non per brevi istanti ed era anche quello secco e viscoso, continuava a trastullarsi con la punta di vetro senza ancora osare la penetrazione e poco poco respirava anche.
         “Dacci dentro bambina!” – cercai di giocare sporco per distrarla, ma non mi diede alcuna attenzione, era troppo concentrata la ragazza, fottuta New Age!
La peluria non l’agevolava, il vello le ricopriva l’interno coscia quasi fin su l’ombelico e so io cosa vuol dire cercare il punto giusto in mezzo a quella jungla essiccata. Divaricò ancora di più le gambe mostrandomi finalmente il rosa della sua fica, cazzo allora c’era il trucco, esisteva qualcosa lì in fondo! Roteando la lampadina tra indice e pollice continuò a premersela contro, io mi avvicinai per vedere meglio, sempre attento a tenere una pur minima distanza di sicurezza per le schegge. E gemeva pure, eccome! Sì, ahhhh … miagolava in preda al più caldo degli orgasmi, voleva umiliarmi e ci stava riuscendo benissimo. La lampadina entrò la sua testa filiforme, al centro s’ingrossava almeno del triplo ma il più era ormai fatto…O fotti ca ‘ntrasi a testa, già, funziona così! Elisa insisteva a tenere gli occhi chiusi, concentratissima sul da farsi, con la mano libera si pizzicava i capezzoli induriti, li martoriava stringendoli e stiracchiandoseli da far senso, aveva bisogno ancora più sbrodaglia lì in mezzo, non era detta l’ultima parola, restava pur sempre la possibilità del CRAK ! e c’era la mia Terza Condizione a valere.Ed invece, con un improvviso tocco di classe, affossò la candeletta tutta dentro, riuscendo a stento a tenere fuori la filettatura di rame. Oh potente Thor chimminchiafai? Una decina di centimetri di vetro erano entrati completamente in lei, a fondo e senza rompersi, come se non bastasse tirò fuori l’oggetto fino alla testa e se lo ricacciò dentro ancora più convinta, con forza, gemendo in preda ad un orgasmo tutto concentrato sulle dita dei piedi. Anche i piedi li aveva carini, gliel’avrei mutilati a morsi. E una volta ancora lo fece, fuori e dentro….Zzzzzzack! Non vedevo più la filettatura, una spruzzatina bianco latte le colò fuori dalla vagina fin sul buco del culo tirato in su.
         “Cazzo allora sei proprio stronza!” – fu la prima cosa che mi venne in mente e la urlai.
         “E tu sei un cazzone …” – riaprendo gli occhi e mostrandomi i denti in una calma post orgasmica non confutabile. Stringeva ancora la lampadina nella destra, liscia e asciutta come prima di ficcarsela dentro, aveva vinto la ragazza, vinto e goduto pure, non mi restava che l’onore: piazzai i Fila Brazilia nel lettore e mi girai.
Mai nessun racconto mi costò tanto…
… Sentivo l’acre odore dell’infanzia danzarmi contro l’immagine di mio padre morente…
 
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