Out of service… out of mind.

Strane cose crescono in me, non sto parlando di personaggi, trame, nuove storie.
Altro tipo di editing necessiterò nell’immediato, nessuna previsione temporale e un’unica via. Nonostante ciò, entro il prossimo autunno tornerò su quanto scritto negli ultimi 2 anni,  auspicando di rendergli degna carta nel 2014.
Prima di assentarmi vi lascio un giallo, ebbene sì… un giallo canario nato sotto “radiazioni” estive.

LordA

 

LADY BIRD

 
 
 
È un pomeriggio di fine luglio, mi trovo spaparanzato sulla sdraio nel mio giardino a leggere la prima uscita di Lucky Luke, nuovo inserto a fumetti della Gazzetta dello Sport. Alle mie spalle la finestra di casa è spalancata, le zanzariere fermano le bestiacce e filtrano gli sproloqui di Peter Gabriel periodo Genesis. Tra i pianti australopitechi dei figli dei vicini e le sgommate truccate da quartiere in risveglio, sento un clacson dalla strada oltre l’edera davanti ai miei occhi, lo riconosco, è quello della Micra dei miei. Poso il fumetto ai piedi della sedia senza curarmi di dove ero arrivato e attendo che qualcuno spunti da dietro il cancelletto. Inavvertitamente urto il flacone formato famiglia di Autan, non cade. Dopo pochi minuti vedo apparire attraverso il rampicante la figura di mia madre che come al solito non riesce ad aprire il cancello, attende impaziente l’arrivo di mio padre e tiene una scatola di Carte d’Or in mano, molto strano… mi fanno schifo i gelati preconfezionati e lei lo sa benissimo, in questo periodo poi non riuscirei nemmeno a digerirne uno gusto aria, l’anima rutto da mesi. Lei mi guarda, io la guardo, mio padre apre il cancello con il trucchetto da dito indice e lei esordisce così:
–          È morta Moana, è morta Moana!
Lo ripete due volte, la scatola del gelato sostenuta con una sacralità non giustificata dalla sua passione per i dolci. Mio padre, dopo il suo classico “Allora, com’è?” senza pretesa di risposta, si è già messo al lavoro sulle piante grasse che adornano la vasca al centro della villetta. Dopo pochi istanti di cure distratte parte la prima bestemmia contro le zanzare che infestano il giardino, io sorrido e gli passo l’Autan, come per dire “Bè, lo sai no?”. Mia madre è rimasta imbambolata davanti alla sdraio, la scatola di gelato alla stracciatella ancora in mano, ripropone l’esordio con più enfasi:
–          È morta Moana! – si lascia andare alla teatralità del gesto del porgermi il Carte d’Or. Finalmente realizzo, gusto pennuto morto è.
–          Minchia un altro uccello volato via?
–          Sì, ma non l’ho uccisa io! – reagisce con veemenza, excusatio non petita… – e comunque Moana era una pappagallina, bellina Moana mia. – accarezzando la scatola con dolcezza, la bacia pure.
–          È lì dentro?
–          Sì, la volevamo seppellire qui nel villino, se non ti da fastidio.
–          Com’è morta? Depressione? Incidente? Eccessive cure? Se l’è pappata il gatto guercio dei Todaro?
Provo a strapparle subito una confessione ma so già che sarà difficile metterla con le spalle al muro al primo giro e senza la giusta dose di zuccheri. Interviene mio padre, si è spruzzato di Autan dalle caviglie ai polsi, uno spruzzo un’imprecazione diversa:
–          Questa volta sembra davvero morte naturale. – brontola quasi, uno stelo in un angolo della bocca.
–          Come questa volta, ma che dici Pinooo?!?!
Mio padre mi guarda, trattiene un ghigno e lo stelo, ci capiamo al volo. Troppe zanzare fuori, entra in casa, prende le carte siciliane custodite nel pacchetto di Camel, si mette a fare il suo solitario sul davanzale della finestra, tirerà per una buona mezzora e forse più, dipende da come gireranno gli assi. Dopo poche carte mi chiede una birra, io senza alzarmi dalla sdraio lo invito a servirsi da sé, per tutta risposta lo sento mormorare qualcosa sulla musica troppo alta, abbassa il volume dello stereo e va in cucina.
Resto in giardino con mia madre, i rutti e il cadavere di Moana.
–          È morta questa notte, di vecchiaia. La possiamo seppellire lì, ai piedi dell’hibiscus?
–          Certo che possiamo, ma senza scatola.
–          Senza scatola?
–          Io plastica non ne sotterro in giardino, peggio se gusto zuppa inglese.
–          Ma è stracciatella!
–          Fa lo stesso, avvolgila in un tovagliolo o dove vuoi, intanto prendo la cazzuola.
–          Povera Moana, era tanto bellina e come cantava ogni mattina.
–          Sì, era diventata un gallo… – non volevo contraddirla ma è stato l’effetto di staccare la schiena dalla sdraio e il dovere salire al piano di sopra per prendere gli attrezzi da becchino. Mentre rovisto tra seghe, scalpelli, chiavi e piantane sento mio padre canzonare mamma, rivolgendosi a me:
–          Questa mattina tua madre mi ha fatto scasare il cuore, l’ho sentita piangere appena sveglia, pensavo fosse morto Koki. Tu come stai?
Kokinu Pezzimmedda, è il cane dei miei, per lui una di Carte d’Or non basterà nemmeno se lo faremo a piccoli pezzi.
Torno in giardino, mia madre mi attende con un fazzolettino arrotolato in mano dal quale spunta la coda gialla e verde della pappagallina stecchita, mio padre ogni tre carte alza lo sguardo verso di noi, beve un sorso di birra e non commenta. Niente assi ancora, niente birra per me.
–          Vuoi prima dire una preghiera o posso procedere?
–          Era tanto bellina, poverina.
–          La potremmo cremare… – cerco di non essere troppo cinico ma vedo spuntarle i primi lacrimoni e decido che non è il caso per un fottuto volatile, il quinto della serie se non erro.
–          Spennala e facciamola al forno con le patate. – ci pensa mio padre a rincarare la dose.
–          Vaia Pinooo!
–          Senti ma’, adesso la seppellisco, poi ti siedi e mi racconti un’altra volta come sono morti tutti gli uccelli che sono entrati a casa nostra, partendo da quello calpestato nel terrazzo di Roma, ok?
Mia madre finalmente ride, ride e precisa:
–          Era un pulcino e l’ha calpestato quella scema della figlia della vicina umbra.
–          A me una volta avevi raccontato che era stata nonna Sgrunt a metterlo sotto i piedi, non era lei che aveva il terrore degli uccelli?
–          Chi nonna Eugenia? No… mmm, sai che non ricordo?! Ma di quale uccellino stavamo parlando?
–          Del pulcino ma’, non ci provare e comunque siediti, fammi sotterrare Moana e preparati per l’interrogatorio. Anzi se vuoi c’è del gelato in freezer, senza piume.
–          Sei uno scemo! Quando finisci mettigli sopra una pietra bianca.
–          Vuoi anche una scritta tipo “Qui giace Moana, pappagallina felice”?
Adesso sorride, tre profonde vangate e il corpo di Moana sparirà definitivamente nel mio giardino ma non dai suoi ricordi. Passano pochi minuti e mia madre riappare con il cono gelato in mano, io rinnovo l’Autan e i rutti bianchi, prendo il notes lasciandole posto sulla sdraio, mi siedo sul gradino di marmo tra l’ingresso e la pianta di basilico. Mio padre ha abbandonato le carte, suda come un dannato e guarda in piedi alla tele i Mondiali di nuoto. Gli dico di abbassare il volume, di accomodarsi e di accendere il ventilatore sopra lo stereo.
“Cosa fa Federica Pellegrini quando non si allena?” – sento domandare, in automatico mi torna in mente la risposta data per mesi a questa stupida domanda: “Fotte con Magnini!”. Preparo una doppia dose di pentothal, una per mamma e una per me, che l’interrogatorio abbia inizio.
 
 

Cippicippi

 
 
 
–          Allora iniziamo dal primo, ok?
–          Chi Pippetto?
–          No che c’entra, Pippetto viene molto dopo, intendo quello morto nel terrazzo di Roma quando io ero piccolo.
–          Ah, ma quello era un pulcino.
–          Sì, ok mamma…
Lei ride, io no, sono divertito ma voglio entrare nella parte sin da subito.
–          Era tutto colorato di blu e lo avevamo comprato a Piazza Navona perché volevamo farti una sorpresa.
–          A Piazza Sempione l’abbiamo preso. – sento la voce di mio padre precisare alle nostre spalle, è ancora alla prese con le semifinali dei 400 misti donne, Nursery Cryme in sottofondo a corredo del catatonico commento tecnico di Luca Sacchi.
–          Sì vero, ha ragione papà, lo avevamo comprato per duemila lire a Piazza Sempione, te lo aveva voluto regalare nonna Eugenia.
–          Strano pensiero per nonna Sgrunt. – aggiungo io, più una riflessione a voce alta, non voglio farle perdere il filo, continuo a incalzarla:
–          Allora, come si chiamava ‘sto puddicinu colorato?
–          Non aveva un nome, tu dicevi “cippi cippi cippi cippi” e così lo abbiamo chiamato Cippicippi.
–          E quanto durò?
–          Due giorni, forse uno solo, ma sai che era bellino?
–          Non ricordo, anche perché mi racconti sempre una versione differente. Facciamo chiarezza una volta per tutte?
Lei si presta al gioco, lecca il gelato alla nocciola, sembra più bambina del solito, le zanzare nemmeno la sfiorano, io prendo appunti e domando:
–          Come è morto Cippicippi?
–          Un giorno…
–          Ma’, siamo ancora al primo, non prenderla larga che facciamo notte.
–          Vabbè, te la devo raccontare bene o no?
–          Sì, certo ma stringi… poi, se serve, torniamo su alcuni particolari. A domanda rispondi, come nei film di Perry Mason. Ricominciamo: com’è morto Cippicippi?
–          L’ha calpestato la figlia della vicina, te l’ho già detto, mi sembra si chiamasse Elisabetta, brutta come la morte, brutta e antipatica.
–          E che ci faceva Elisabetta nel nostro terrazzo? Perché lo calpestò nel terrazzo di Roma, o no?
–          Sì, a Roma… certo.
Non amo i gialli, né da leggere né da vedere alla tele, le pagine di cronaca mi annoiano a morte, Garlasco, Cogne, Erba, Avetrana, Parolisi, Zio Michele, Bruno Vespa, Salvo l’accigliato Sottile, stessa solfa, si fottano tutti. Ma da ragazzo ho letto i grandi maestri dell’hard boiled, da Hammett a Thompson, senza tralasciare Chandler, Spillane, Wallace, Ellery Queen, Stout o il più originale e meno classificabile di tutti, lo svizzero Düremmatt, credo dunque di potere condurre a dovere un interrogatorio su un uccello morto.
Mia madre riconferma la prima versione, il killer è Elisabetta e il luogo del delitto resta il terrazzo della casa di Roma dove trascorsi la mia infanzia prima di rientrare a Messina. C’è un tentennamento però, lo sento quando torno sulla fobia di nonna Sgrunt per i pennuti.
–          Non mi ricordo ‘sta cosa di nonna Eugenia e gli uccelli… Pinooo, ti ricordi se tua madre avesse il terrore degli uccelli?
Nessuna risposta da casa, anche i Genesis adesso tacciono, meglio chiudere qui con Cippicippi, troppo tempo è passato e comunque era un pulcino colorato, non un uccello, andiamo avanti.
 
 

Pippetto

 
 
 
 
–          Dimmi di Pippetto invece.
–          Tu eri ancora al liceo, eri fissato con il Messina e lo stadio, te lo ricordi?
–          Come no!
–          Un giorno, mentre facevo la spesa, ho avuto la pensata di comprare un canarino…
–          Perché?
–          Perché? Così.
–          Ok, giusto. – annoto.
–          E tu l’hai voluto chiamare Pippetto come il capitano della squadra del Messina.
–          Pippetto Romano.
–          Lo pagai quindicimila lire con tutta la gabbietta. Ma sai come cantava? Un disco sembrava. Dovevamo mettergli un panno scuro sopra per farlo stare zitto.
–          Ricordo la scena.
–          Bellino, vispo, tutto rosso e giallo, con la coda arancione, speciale era… il migliore.
–          E com’è morto Pippetto. – andiamo al dunque.
–          Dopo tanti anni, durò un sacco con le mie cure quotidiane.
–          Sì, ma com’è morto?
–          Di vecchiaia.
–          Siamo sicuri?
–          Gioia, certo non abbiamo chiamato il dottore… di vecchiaia deve essere morto, lo trovai una mattina nella gabbietta a zampe all’aria, così all’improvviso, morte subitanea.
–          Mmm… e che lacrime. – anche questo ricordo bene.
–          Ma certo, era un amore, io gli facevo “Pippetto? Pippetto?” e lui mi rispondeva cinguettando tutto contento. Ormai mi conosceva, della famiglia era.
–          E poi?
–          E poi cosa? Lo buttammo e ci restò la gabbia vuota.
–          Come l’avete buttato? ‘Sta cosa non la so!
–          Ehmm… sì, che dovevamo fare? Tu ancora non vivevi qui, con il giardino. Forse papà lo portò in spiaggia o sui colli, questo non lo ricordo.
Non è la fine che ha fatto il cadavere di Pippetto che m’interessa, piuttosto come Pippetto diventò cadavere. Forse ci vuole una nuova dose di gelato, lei accetta, io mi alzo e vado in cucina mentre la sento ancora parlare di quanto sarebbe stato un peccato tenere la gabbietta vuota.
–          Nuova nuova era, una reggia a due piani, così decisi di comprare Canarino.
–          Aspetta ma’, non correre, tieni il gelato e mettiamo ordine. Chi minchia era Canarino?
–          Un altro uccellino.
 
 

Canarino

 
 
 
 
–          Così perdo il filo però…
–          Tu mi avevi detto di stringere, e poi con tuo padre dobbiamo ancora passare dal calzolaio, Don Salvo da domani andrà in ferie per tutt’agosto.
–          Hai ragione, ma chi è Canarino?
–          Non gli avevamo dato un nome, così lo chiamammo Canarino, ma dopo che è morto.
È la prima volta che sento questa versione, le cose si fanno sempre più interessanti al calar del sole. In verità non ricordo molto di Canarino, vediamo un po’:
–          Ovviamente era un canarino, no?
–          Tutto giallo, ma Pippetto era meglio.
–          In che senso meglio?
–          Canarino non cantava mai, mangiava e cacava da quando si ruspigghiava.
–          E non cantava?
–          Poco, forse solo all’alba.
Ripeto, non ricordo molto di Canarino, vagamente ho immagini di un pennuto giallo ma nulla più.
–          Come arrivò a casa Canarino?
–          Ero andata a vendere la gabbietta di Pippetto ma volevano darmi due lire e così il negoziante mi convinse di prenderne un altro. Ma non era come Pippetto.
–          Sì mamma, questo l’avevi già detto.
–          E poi è morto subito.
–          Subito?
–          Non lo so, un anno, forse due al massimo.
–          Papà? Ma tu Canarino te lo ricordi? Papà?
Dall’interno non giunge risposta, solo il commento di Luca Sacchi e i fischi ritmici del pubblico, saranno i 100 rana. Metto un dito tra le pagine del notes e mi alzo. Rutto. Mio padre è sul divano, si è tolto i sandali e sta sonnecchiando in pace. Torno in questura.
–          Allora dicevamo, com’è morto Canarino?
–          Di vecchiaia.
–          Dopo solo due anni?
All’improvviso mi torna in mente una storia, una vecchia confessione, qualcosa che aveva a che vedere con guanti e merda, passo al pulp e la sparo lì:
–          Ma quel’era quello che hai ucciso mentre lo lavavi? Pippetto forse?
–          No no, Pippetto per fulmine è morto.
Beccata!
–          Come per fulmine? Ma se pochi minuti fa hai detto che era morto anche lui di vecchiaia?!
Lo sapevo, non bastava il notes, dovevo registrarla.
–          Sì, di vecchiaia, ma lo trovai morto dopo un temporale… secondo me si spaventò per i tuoni, c’era stato un temporale incredibile quella sera, una tempesta di lampi, era vecchietto Pippetto e avevo dimenticato la gabbietta fuori nel balcone tutta la notte. Canarino invece è morto perché l’ho stretto troppo, è vero è vero!
Sono in panne, siamo ancora al terzo pennuto e già non ci capisco più niente, ogni volta la stessa dannata storia, parte con uno, ne descrive la morte, passa all’altro uccello introducendo elementi per me inediti (Canarino) per poi ritrattare sulle morti dei primi, impossibile incastrarla.
–          Un attimo mammina… ricominciamo: Pippetto è morto di?
–          Di scanto. Sono certa che non gli ha retto il cuore durante il temporale, era vecchietto e deboluccio, sì.
Mia madre mette vezzeggiativi ovunque. Meglio non insistere e prendere nota, “scanto”.
–          E Canarino invece?
–          Aveva le unghiette così lunghe che nemmeno riusciva più a stare dritto nella gabbia, si erano arricciate tutte e poi erano piene di cacca.
–          Mamma…
–          Che c’è? La verità è!
–          Ok, continua.
–          E così un giorno decisi di pulirlo, volevo tagliargliele ma col guanto da cucina non sentivo bene la presa e forse l’ho stretto troppo.
–          Forse? Come forse?
–          Sì, io sono stata… è morto subito però, ho aperto la mano e non respirava più. – termina l’ostia del gelato e con il tovagliolo si asciuga le labbra tirate in un sorriso.
–          Assassina! – aggiungo io, marcando una doppia linea sulla pagina con il nome “Canarino”, sicuro che sarà solo la prima di tante versioni sull’accaduto.
Mio padre si è rimesso sulle carte, chiede a me se ne abbiamo ancora per molto, gli dico che mancano soltanto altri due uccelli. Sono soddisfatto di avere comunque ampliato il caso Pippetto, morto per fulmine, ancora tentato dal chiedere a mia madre altri dettagli su Canarino e la sua brutta morte per stritolamento, ma lei mi precede e così continua:
–          Dopo Canarino avevo promesso che non avrei più toccato un uccello.
–          Mamma, eri ancora giovane, no? – rido.
–          Ma che c’entra, scemo! Però avevo la gabbietta vuota e nuova nuova era.
Inizio a pensare che più di un giallo-pulp è forse un horror, tipo la maledizione della gabbia stregata o minchiate simili. Ma non voglio lasciare i miei con le suole scollate, il calzolaio chiude presto d’estate, mi piace però ‘sta cosa della gabbietta maledetta e chiedo:
–          E quindi quale fu il successivo ospite?
–          Beddiricchi, ma non l’ho ammazzato io, è stata Moana.
Mio dio, ho urgentemente bisogno della macchina della verità!
Rutto.
 
 

Beddiricchi

 
 
 
 
–          Parlami di Beddiricchi in due battute.
–          Beddiricchi era il nome del proprietario che me l’ha regalato…
–          Sì, lo conosco Lillo Beddiricchi, ma forse io già non vivevo più con voi, o no?
–          E chi se lo ricorda, tu sei andato via quasi quindici anni fa… aspetta però, Pinooo? Moana quando l’abbiamo trovata?
–          Che c’entra adesso Moana? – intervengo io.
–          Ti ho detto che lo ha ucciso lei!
–          Va bene, procediamo con ordine però.
–          Sì ma nnacativvi voi due Scellocchoms che ce ne dobbiamo andare! – mio padre si è svegliato del tutto, è ancora alla finestra e questa volta tira giù le carte a due a due.
–          Figlio, di Beddiricchi c’è poco da dire, me l’aveva regalato Beddiricchi, sempre un canarino era…
–          Colore?
–          Verdino mi sembra.
–          E quanto durò?
–          Fino a quando non abbiamo messo Moana nella stessa gabbietta. Io pensavo che gli avrebbe fatto compagnia, sembrava annoiarsi da solo in tutto quello spazio, ma quale compagnia e compagnia! Il signor Restuccia mi ha detto che pappagalli e canarini si odiano a morte, ma che ne potevo sapere io?
–          Ma certo mamma, lo sanno tutti.
–          Davvero? Ma sempre uccelli sono! Comunque, io la vedevo che lo spingeva con il becco, si metteva davanti alla ciotolina con le scagliette e non lo faceva mangiare mai. Nemmeno bere poteva du ‘nuncenti. Poi lo beccava pure, sai che era tremenda Moana da giovane?! All’inizio pensavo giocassero, poi un giorno trovai Beddiricchi morto sul fondo e lei tipo regina che muoveva il collo tutto così.
La osservo imitare l’altezzosa Moana da giovane, la sterminatrice di uccelli. Sto per cedere al softporn ma vado avanti con professionalità.
–          Altro da aggiungere su Beddiricchi?
–          Quando era da solo, Beddiricchi cantava pure, quasi come Pippetto era.
–          Che resta il numero uno però.
–          Il migliore, certo! – fa come per alzarsi dalla sdraio, in effetti è da quasi un’ora che la tengo sotto torchio e non posso darle il terzo cono né una sigaretta. Mio padre smazza, mischia, sbuffa, controlla le carte, arriva a quaranta e dice qualcosa su quanto siano vecchie e lerce, alcune pure segnate. Su Beddiricchi mi ritengo soddisfatto, lo sanno tutti che pappagallini e canarini si odiano a morte.
–          Allora nannamu? – spunta mio padre in giardino, gli occhiali in mano e un commento deluso sulle finali di nuoto:
–          Solo pompini possono fare le italiane.
Questa frase la ripete sempre durante tutte le competizioni sportive internazionali, ero piccolo la prima volta che la sentii.
–          Aspetta pa’, mi manca solo Moana.
–          Perché non l’hai ancora sotterrata?
–          La pietra! – mia madre adesso è al suo fianco, controlla il mio lavoro sotto l’hibiscus e si accorge che non l’ho rifinito con la lapide bianca. Si segna due volte con la croce.
Prendo una delle pietre ai piedi del cactus gigante, non è proprio bianca ma è chiara e ha la forma giusta, ne approfitto per chiudere l’interrogatorio e liberare l’indiziato.
 
 

Moana

 
 
 
 
Di Moana non occorre indagare oltre, conosco bene tutta la storia, dal ritrovamento per strada al nome che io stesso le diedi, finale appena scritto. Butto lì solo qualche domanda ma mi ritengo già soddisfatto, molto più che da Lucky Luke.
–          Io e papà eravamo andati a cena a casa di Miro e Stella, al ritorno abbiamo visto accanto alla macchina come un batuffolino di cotone. Era inverno, freeeddo quella sera, poverina chissà chi l’aveva abbandonata. Così l’abbiamo presa e portata a casa.
–          E l’hai messa nella stessa gabbia di… chi era? Ah sì, Beddiricchi. – devo aiutarmi con il notes.
Mio padre è già fuori dalla villetta, le chiavi dell’auto in mano, restituisco la scatola vuota di Carte d’Or a mia madre visibilmente più rincuorata di un’ora fa, lei mi saluta con un bacio e mi offre un finale perfetto:
–          Ieri ho portato la gabbietta al Mercatino… ormai mi conoscono lì, sono cliente. Oggi mi chiama il signor Ignazio e mi dice che l’ha venduta subito, il giorno stesso, a un filippino per sette euro… ma a me tocca la metà. Non sono buoni tre euro e cinquanta?
–          Certo, ma se…
Mi interrompe sapendo ciò che sto per dire, mio padre è già sparito, lei mi ribacia e chiude:
–          No, basta più… io con gli uccelli ho chiuso.
Non aggiungo altro per evitare un finale scontato, le sorrido e annuisco divertito.
–          Boni sunnu quattru euru… due coni da Irrera! – la sento ribadire a se stessa mentre zompetta allegramente via da casa mia.
Pochi minuti dopo arriva anche la doppia strombazzata della Micra, l’effetto dell’Autan sul mio corpo è scemato, meglio tornare dentro e riordinare subito gli appunti.
 
Rutto e Fine.
 
 
 
Tutti i pennuti sono di Mr Humpty Dumpty
http://humptyblog.wordpress.com/
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

7 thoughts on “Out of service… out of mind.”

  1. L’introduzione di questo tuo post mi ha spiazzato, non ho ben capito, anzi spero di non avere capito. Ho però capito una cosa, leggendo il nuovo racconto, vali mille delle merdate che si leggono in giro, su carta, su blog, ovunque, Delorda trovi il modo di raccontare il quotidiano come nessuno sa fare secondo me. Ancora complimenti, e non vedo l’ora di leggerti nuovamente sulla lunga distanza. In bocca al lupo per tutto.

    Edoardo

  2. Scrittura coinvolgente, trama originale, beffardo sfottò della moda giallista, che dire, spiazzante e geniale come sempre. Un saluto da Milano Graziano.

    Salvatore Napoli

  3. Aspettavo un tuo racconto da troppo tempo ma non hai deluso le mie aspettative, come sempre! L’unica pecca, troppo breve 🙂 Mi è piaciuta la solita vena ironica, il modo diretto e a volte scazzato di narrare fatti ordinari, bellissima la figura della mamma che ne viene fuori, sei un pittore LordA eh eh eh.
    Adesso voglio un quadro più complesso però, almeno duecento pagine mi raccomando.
    Quest’anno niente Sicilia, andrò sui monti ma ho stampato Lady Bird per farlo leggere anche lì, te lo meriti. Salutami la mia isola e scrivi scrivi scriviiiiiiiiiiiii 😛

    Lucia

  4. Racconto molto divertente, veloce, tagliente, sprizza ironia e dialoghi pazzeschi, ritmo serrato, un po’ troppo forse, ma è così che ci piace Delorda 🙂
    Insomma, questo ragazzo (?) è un genio!!!!!
    Ciao Eugenio ah ah ahha 😛

  5. L’ho letto e m’è piaciuto, inutile dire che l’ho immaginato come fosse dinnanzi a me…lo vorrei stampare e rileggere perchè mi sono venute in mente un sacco di cose, ma la prima su tutte, è sicuramente una cosa da inscenare a teatro…non trovi?

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