Lo scooter

 

Lo scooter

Suonò due volte e attese. Il viale accanto alla villetta sembrava essere stato spazzato da poco, strano quanto raro: solitamente era un ricettacolo di cartacce, cicche, cacche di cani e spazzatura accumulata negli angoli. Suonò ancora il clacson della moto, sempre due volte, certo ormai che in casa non c’era nessuno. Mise a folle, si tolse il casco e andò ad aprire il cancello. Come immaginava, lo scooter di sua moglie non era in giardino. La moto sfiorò i due pilastri del cancello, era una manovra delicata poiché ci passava in mezzo solo per pochi centimetri, un ottimo deterrente per eventuali malintenzionati. Le operazioni che seguirono furono: chiusura del cancello, apertura del bauletto, prelievo della borsa da lavoro e due buste del market, quattro mandate alla porta e via dentro casa. Nessuno ad accoglierlo. Una volta entrato, accese la luce del giardino, i neon nel controsoffitto, posò il casco e si indirizzò in cucina per sistemare la spesa. Liberatosi del pesante giubbotto con le protezioni ai gomiti, andò in bagno per pisciare e lavarsi le mani. L’orologio digitale della cucina segnava le 19.30. Accese la tele e pensò alla cena: pasta al pomodoro, insalata e qualche tocco di formaggio. Cazzo, il pane! Scrisse un sms a sua moglie: “Il pane!”. Riempì metà pentola di acqua e accese il fornello più grande, senza dimenticare il coperchio. Il cellulare vibrò un messaggio: “Serve altro? Ci vediamo tra un po’!”. Rispose che serviva solo il pane, chiudendo con un perentorio “sbrigati!”, pur sapendo che lei non avrebbe mai abbandonato l’ufficio prima delle otto. Si versò mezzo bicchiere di vino. Aveva ancora addosso le scorie di una giornata infruttuosa, nulla di particolarmente negativo, la solita sensazione che non fosse andata come avrebbe voluto; un venerdì della malora che non sarebbe mai più tornato. Nemmeno il pensiero dell’imminente week-end riuscì a togliergli l’espressione corrucciata. Il vino era andato, aceto. La tele lo aggiornò sul fatto che una nave era affondata al largo delle coste Filippine, che il Governo era stato battuto alla Camera e che nessuna squadra italiana aveva raggiunto gli ottavi di Champions. Decise che poteva bastare così: oscurò il video e accese lo stereo. Salì al piano di sopra per cambiarsi, era incravattato dalle prime luci del giorno e gli dolevano i piedi. Scaraventò gli stivaletti oltre il letto e restò scalzo per qualche minuto. Il pavimento freddo gli restituì una sensazione piacevole. Il letto era rimasto sfatto dalla mattina: un solo cuscino e una pila di libri impolverati sul comodino; non leggeva da mesi. Da fuori giunse il rumore assordante di uno scooter. Controllò l’ora, mancava un quarto alle venti, ma i due colpi di clacson che udì gli diedero conferma di quanto aveva sperato: è il suo, è lei! Spalancò la finestra che dava sul cortiletto e vide sua moglie. Lei lo guardò dalla stradina, i due si scambiarono un sorriso e due baci a distanza; sembravano ancora due fidanzatini. Era contento che fosse tornata, avrebbero cenato assieme e forse avrebbero anche fatto l’amore prima di crollare sul divano, davanti a qualche stupido film del quale non avrebbero visto la fine. La donna suonò il clacson ancora due volte, significava “Lo apri tu il cancello?”. Si tolse la giacca e la cravatta, buttò il pantalone sul letto e indossò la tuta. Sentì il cancello aprirsi. Era così felice dell’inaspettato rientro che scese di corsa in tre soli balzi. La porta d’ingresso era chiusa, da fuori non giungeva alcun rumore. E dire che quello scooter lo si poteva sentire a isolati di distanza. Ci metteva una vita a fare manovra nel piccolo giardino, districandosi a fatica tra la moto e i vasi attorno; occorreva lavorare di gomito e freni, lo spazio era minimo e la luce sempre troppo fioca. In ogni modo, nessun rumore da fuori. Sentì solo la pentola sopra il fuoco borbottare: il coperchio danzava sull’acqua già in ebollizione. Aprì la porta d’ingresso e sorpreso vide che non c’era nessuno, né sua moglie, né lo scooter, solo la moto e le solite piante. Dov’era finita? La chiamò due volte, la seconda a gran voce, sporgendosi dal cancello verso il viale che costeggiava la villetta. Niente. Uscì fuori per controllare sulla strada principale, il traffico era intenso, ma della donna nessun segno. A volte capitava che, prima di entrare, s’intrattenesse al cellulare con la sorella o sua madre, le notiziava sulle ultime novità, prima di dichiarare finita l’estenuante giornata. Gli venne in mente che forse aveva dimenticato di comprare il pane, aveva fatto marcia indietro ed era andata al panificio all’incrocio; perché non dirglielo? Controllò il telefono ma non c’era alcuna conferma alle sue ipotesi. Il rumore del coperchio si fece più insistente, scivolò via dalla pentola e cadde per terra rimbombando per tutta la casa. Chiuse la porta, abbassò il volume dello stereo e andò in cucina. Non ricordava se aveva già messo il sale nell’acqua, in ogni modo andava preparata la salsa e l’insalata. Era ancora teso, ma la vista di sua moglie aveva iniziato a produrre i suoi benefici effetti. Dal vialetto giunsero due colpi secchi di clacson. Stavolta non sarebbe andato ad accoglierla, peggio per lei… toccava cucinare, la spesa l’aveva dovuta sistemare lui, spesa che aveva fatto prima di rientrare a casa, eh cazzo! se lo apra da sola il cancello. Il clacson suonò altre due volte: abbassò la fiamma sotto la pentola e imprecando decise di andare ad aprirle. La donna era già sull’uscio di casa, il casco in mano e una busta del pane nell’altra, sorrideva e attendeva il bacio del buon rientro. “Ho già messo l’acqua sopra… stasera pasta”, esordì, dopo averle sfiorato le labbra con le sue. Imbronciato ma contento, le tolse di mano il sacchetto con il pane e s’indirizzò in cucina curvo su se stesso. La porta si chiuse alle sue spalle, ma non sentì alcun passo dietro di lui. Si voltò e non la vide. “Tesoro? Ehi?!”. Non voleva essere pesante quella sera, erano ancora le otto e caso raro erano entrambi a casa; non aveva nemmeno tutta ‘sta gran fame: perché rovinare tutto? Certo, se la finisse di giocare a nascondino! “Amore… tesoro? Dove cazzo sei?”. Addentò direttamente dal sacchetto la pagnotta integrale ancora calda. Nessuna risposta. Tornando sui suoi passi, vide che nel salone non c’era alcun segno del rientro di sua moglie. Solitamente appoggiava il casco sul tavolo, scaraventava la borsa sul divano, e staccava il cellulare per evitare scocciature almeno durante l’unico pasto consumato assieme. I compiti erano ben divisi in casa: a lei toccava apparecchiare e lavare i piatti, preparare la cena e sparecchiare erano compiti maschili. Ma della donna non c’era traccia, era scomparsa un’altra volta. Controllò in giardino, magari stava fumando o forse aveva dimenticato qualcosa nello scooter. Nemmeno lo scooter c’era più. Il cancello era chiuso con il catenaccio. Sempre più strano, era lui l’addetto al lucchetto. Decise di chiamarla al cellulare ma una voce registrata lo informò che l’utente era irraggiungibile. La felicità latente scomparve in un attimo. Appena sarebbe rientrata ne avrebbe fatta una delle sue, lo avrebbero sentito anche i vicini. Riprovò con il telefonino ma c’era sempre la voce registrata a rispondere. Per ripicca pensò che quella sera non avrebbe cucinato, ‘fanculo… ora basta, ne ho le palle piene, se tarda altri dieci minuti mi faccio un panino e me ne vado a dormire! Tornò in cucina, alzò la fiamma sotto la pentola e addentò un altro pezzo di pane. La salsa era pronta, serviva solo del grana e un filo d’olio nel servirla. Duecento grammi di fusilli, ma sì… domani andrò a correre, ‘sti cazzi! Dal vialetto adiacente la cucina giunse il rumore dello scooter. Non poteva sbagliarsi: da settimane non aveva più la marmitta, faceva un baccano della malora e comunque i due colpi di clacson gli diedero conferma che fosse lei. S’indirizzò subito alla porta, tolse le chiavi dalla toppa e tornò di lena in cucina, pronto a tenerle il broncio per tutta la serata. Voleva farsi trovare trafelato ai fornelli, lo sguardo basso e grugniti per accoglienza. “Amoreee… sono tornata! C’è qualcuno in questa casa che mi vuole bene?”. L’uomo rise, come poteva mai portare rancore a un tesoro simile? Sentì la porta d’ingresso chiudersi, il casco toccare il tavolo, la borsa planare sul divano. Voleva spiegazioni per quegli andirivieni, magari l’avrebbe sottoposta a un interrogatorio da marito geloso, ne aveva anche il diritto, ma alla fine era troppo contento di sentirla di nuovo a casa e per giunta di buon umore. Non le rispose però, continuando a trafficare in cucina tra padelle e fornelli, facendo più rumore possibile. Dal salone giunse un altro “Amoreee?”, poi ancora una volta il silenzio. Aspettava che lo raggiungesse in cucina per cingerlo da dietro, già pregustava il suo buon profumo e i baci sul collo, ma l’attesa fu vana. Passarono una manciata di secondi e il silenzio si fece assordante. Non c’era nessuno in casa oltre lui. Questa volta corse all’ingresso, voleva coglierla sul fatto; sarà in giardino, pensò. Aprì la porta e vide ciò che temeva: nessuno scooter, il cancello chiuso e soprattutto nessuna traccia di sua moglie. Ispezionò il salone, non c’erano né il casco né la borsa sul divano. Eppure l’aveva sentita entrare, lo aveva anche chiamato “Amore”! Era lei, non poteva sbagliarsi, che assurdità. Che stava succedendo? Non sapeva cosa fare. Chiuse la porta e riprovò con il cellulare: la solita voce robotica. Avrebbe dovuto chiamare sua suocera? Nemmeno il tempo di chiederselo con più decisione che lo scooter risuonò nel vialetto. Dalla grande finestra che dava sul giardino vide il riflesso del faro illuminare i rami del ficus. Anche questa volta l’uomo percepì distintamente prima il rombo e poi i due colpi di clacson. La donna era ancora nel vialetto, in sella allo scooter, aspettava che lui aprisse il cancello. Aveva stampato sul volto un sorriso malizioso, indecifrabile. L’uomo le andò incontro e la apostrofò duramente. Voleva sapere che diavolo fossero quegli scherzi: “dove sei andata, eh?”. Lei sembrava non capire, lo guardava con un’espressione che era un misto di paura e delusione. “Ma io sono tornata…”. Accelerò di colpo e fece passare lo scooter con sicurezza attraverso il cancello spalancato. Una busta con dentro un sacchetto del pane oscillava dal manubrio. L’uomo non la notò, troppo intento a bestemmiare e scappare in casa sbattendosi dietro la porta che non si chiuse. Altro che broncio momentaneo, sarebbe stato difficile riportarlo alla calma. Tornò in cucina, buttò la pasta dentro la pentola con l’acqua in ebollizione, tirò fuori lo scolapasta e lo lanciò nel lavandino. Alle sue spalle giunse il rumore della porta d’ingresso che si chiudeva, “Sono quiii!”, poi silenzio. Sua moglie era nuovamente scomparsa. Tornando sui suoi passi, guardò fuori dalla finestra, sapendo già cosa avrebbe trovato: anche questa volta il cancello era chiuso con il lucchetto e non c’era traccia dello scooter. Era impossibile che avesse fatto manovra e fosse scappata via; non c’era alcuna spiegazione logica. L’aveva vista entrare, aveva posato il casco, lo aveva chiamato “amore”. Quante volte quella sera aveva sentito il suo scooter arrivare nel vialetto? Due volte? Tre volte? “C’è nessuno che mi vuole un po’ di bene?”, arrivò questa domanda dal piano di sopra, seguita da un’affermazione: “Con quali scarpe vuoi prendermi stasera?”. Era lei! L’uomo non rispose, correndo su per le scale come per cogliere in flagrante il più lesto dei ladri. La porta della stanza da letto al piano di sopra era chiusa, dei passi nervosi provenivano da dietro. Non sapeva più cosa pensare: cervello in panne. Uno scherzo? Una candid camera? Voleva farlo impazzire? Perché? Immobile, di fronte alla porta, non riusciva proprio a decidere cosa fare. Dal vialetto sentì la solita sequenza: rombo di scooter e due colpi di clacson. Rabbrividì. Adesso la scelta era obbligata, entrare nella stanza o affacciarsi alla finestra? Provò a fare entrambe le cose. Il letto era ancora sfatto, i pantaloni come una sindone, gli stivaletti in un angolo della stanza, ma sua moglie non c’era. Non pensò oltre, già mezzo busto fuori dalla finestra che dava sul vialetto. Lei era lì, sul suo dannatissimo scooter senza marmitta, il sorrisino che spuntava dal casco, lo guardava e pigiava sul clacson ripetutamente: “Amo’, che fai apri?”. Questa volta arrivò giù sul pianerottolo in due soli balzi, rischiando di fracassarsi le caviglie. Afferrò la maniglia della porta e la tirò a sé, non sapendo più cosa augurarsi. Fuori trovò soltanto la sua moto, il ficus e le piante. Tornò in cucina, aveva il cuore a mille. Spense il fornello, una nuvola di vapore salì verso il soffitto, rischiarandogli la mente. Avvicinò la mano destra verso l’acqua che ancora bolliva. Non era la prima volta che accadeva, adesso sapeva cosa andava fatto. Riuscì a tenere le dita dentro l’acqua per due secondi; le tirò fuori mentre le sue grida rimbombavano per tutta la casa vuota. Quelle della mano sinistra le aveva ancora ustionate dalla sera prima, dall’ultima volta in cui lei era tornata. Sapeva anche che quel dolore lo avrebbe riportato alla realtà solo per pochi istanti, così come era cosciente del fatto che non sarebbe servito a nulla. Più che sapere, lo ricordava come si ricorda un sogno. Il rumore dello scooter tornò a tormentarlo subito dopo, lui ancora inginocchiato a terra, le dita della mano insensibili. I due colpi di clacson erano il loro segnale. L’uomo si rialzò mestamente, andò verso l’ingresso con gli occhi confusi dalle lacrime. Nel vialetto fuori, lo scooter sembrava seguire i suoi spostamenti. Quel maledetto scooter che due mesi prima gliel’aveva strappata via per sempre, adesso ogni sera la riportava a casa, senza marmitta e senza pietà. Senza lei.

Caschi by Manu

 

Precedente Dune Buggy Successivo Been to Mars

6 commenti su “Lo scooter

  1. Anonimo il said:

    Sei un bastardo Graziano!! Latiti per mesi e poi te ne spunti con un racconto bellissimo quanto triste, mi hai commossa e non mi piace lacrimare sulla tastiera, uffi 🙁
    Sei sempre più bravo (e stronzo 🙂 )

  2. Teresa il said:

    Seppur di premura mi è stato impossibile non leggere fino all’ultima riga!!! E non è poco… per una come me che legge oramai poco ed ha una decina di libri da finire….(non i tuoi ovvio) 😉

  3. Paolo il said:

    Concordo sul fatto che sei un bastardo! Ma il nuovo romanzo? Sbrigatiiiiiiii. Sei proprio un bastardone 😛 Gran bel racconto, davvero (bastardo!)

  4. Lucia Z il said:

    Quando uno scrittore riesce a passare dal registro umoristico e ironico (penso a Pace e ai tuoi fumetti) a quello drammatico e tragico (mi viene subito in mente Bill) con la tua facilità, secondo me vuol dire una sola cosa: che sei un grande!!!!!
    Come leggo sopra, non sono l’unica ad attendere con ansia il tuo nuovo romanzo, non so come funziona in Italia, nè vedo tutti questi grandi talenti in giro, forse ci vogliono anche qui le giuste conoscenze, un pizzico di fortuna, non lo so, ma so solo che mi sento sempre più defraudata di una penna più unica che rara. Ritieniti colpevole, Delorda. Adesso me lo rileggo e piango un’altra volta 🙁
    PS: è vero, sei proprio un grande bastardo, ma grande!!!!!!!!!

  5. Edoardo il said:

    Un pugno nello stomaco sarebbe stato meglio.
    Ma non ti eri dato ai fumetti? Bello anche il disegno e tutto il blog.
    cià

  6. Black Mamba il said:

    tagliente, cattivo, dalla sintassi spicciola, nessuno spazio alla libera lettura, caustico, sconcertante, indisponente a tratti, come se volessi togliere aria al lettore, maledettamente commovente, sincero?

I commenti sono chiusi.