Jack London ce l’avrebbe fatta, io no! [Trilogia legata – 1 di 3]

JACK LONDON CE L'AVREBBE FATTA by Michela De Domenico

Pino buono, pino cattivo, pino buono, pino cattivo, giorno nuovo, giorno cattivo, anzi cattivissimo! Il bruciore maggiore proveniva dalle caviglie, quelle dannate caviglie grassocce a mo’ di zampone natalizio, sembravano alimentarlo come due ceppi di carbone ancora roventi: saliva su per le gambe sudate, si intrufolava sotto i pantaloncini per cuocergli la schiena, le spalle massicce, il collo, fin dentro a bruciargli il cervello o quel che ne restava, dopo la nottataccia. La robusta corda da natante gli aveva scorticato la pelle rosea attorno all’osso, più tentava di muoversi più le sentiva lacerarsi, tanto la caviglia destra quanto la sinistra, un dolore insopportabile nella sua simmetricità. Adesso che era tornato il caldo, il sudore peggiorava la situazione, incrementando la sofferenza e rinnovando l’umiliazione. Il suo corpo era un unico, gigantesco crampo. 

Quanto avrebbe potuto resistere ancora? 

Se fosse stato in grado di liberare almeno una delle mani, facendo scivolare la cima oltre il polso anch’esso scorticato a sangue, oppure riuscendo a estrarre il paletto dal terreno, in pochi minuti sarebbe riuscito a togliersi da quell’assurdo impiccio e salvarsi la vita. Forse non avrebbe nemmeno meditato vendetta, voleva solo liberarsi e tornare lesto a casa, alle sue letture, ai suoi fumetti del cazzo, alle sigarette puzzolenti della matrigna, al padre che non c’era mai; ma gli stronzi dei suoi amici avevano fatto un ottimo lavoro, annodandolo con una maestria degna del migliore Achab. Per fortuna si erano sbagliati sul fatto che il formicaio sul quale lo avevano imprigionato pancia a terra, presto avrebbe eruttato milioni di esserini pronti a farsi strada attraverso il suo corpo. All’inizio aveva creduto che da lì a qualche minuto sarebbero tornati a liberarlo, canzonandolo per le lacrime che già inumidivano il terreno sotto il suo viso, poi i minuti erano diventati ore così come il giorno si era fatto notte, e lui non aveva mai visto delle formiche agitarsi in piena notte. Per ore aveva anticipato mentalmente la sensazione che avrebbe provato una volta che la prima formica avesse trovato la propria via nella sua pancia molliccia. Dopo un’inutile attesa, quasi deluso, aveva imputato al grasso del suo addome quella mancanza di sensibilità, certo che centinaia di insetti avessero già invaso le sue viscere, trapassandolo centimetro dopo centimetro in perfetta fila indiana. Ne avrebbe avuto conferma quando gli insetti sarebbero usciti a fiotti dalla sua bocca, dal naso e dagli occhi; altro che Antman, sarebbe diventato. Niente di tutto ciò era però accaduto il giorno prima, si era trattato solo di un piccolo buco senza senso, dal quale quei due mentecatti omozigoti dei gemelli Torre avevano visto uscire una manciata di formiche, agitate per l’intrusione e nulla più. Questa volta gli indiani avevano toppato, almeno non sarebbe morto rosicchiato come un gigantesco croccante al miele. Visto dall’alto, in quella strana posizione nella quale si trovava da quasi ventiquattro ore, con i soli pantaloncini blu addosso, Tonino appariva come una bizzarra carta da gioco, un quattro di spade negli arti superiori, di mazze dal busto in giù. Se fosse sopravvissuto a quell’ennesima, ultima vergogna, avrebbe iniziato a correre ogni santissimo giorno, per tutto il resto della sua vita, fino a raggiungere l’aspetto emaciato e anoressico dei maratoneti o peggio di quei ciclisti dalle gambucce rachitiche, capaci di scavalcare pendenze disumane spingendo forsennatamente sui pedali. Bartali, Coppi, Binda, Magni… e tirava e tirava, con tutte le forze che gli erano rimaste tirava, ma nessuno dei quattro paletti si muoveva. Che idiota che era! Invece di pensare a come farla pagare a quegli aguzzini recidivi, a come liberarsi da quella trappola mortale, riusciva solo a programmare un radicale cambio di abitudini alimentari e ricreative: mettersi a dieta e strafarsi di attività fisica quale punizione per il suo corpo tozzo e fuori forma, una via di mezzo tra l’autoflagellazione e una sorta di riabilitazione agli occhi di chi aveva già dimostrato di non riservargli alcuna pietà. Si era innervosito per il suo essere così… cazzone, aveva digrignato i denti sbuffando sul terreno polveroso, ma la rabbia è cattiva consigliera, specie se lasciati a essiccare al sole come enormi pomodori in pantaloncini. Aveva provato nuovamente a muovere i piedi scalzi ormai intorpiditi, strattonandoli con più forza: le caviglie avevano ripreso a bruciare all’unisono, lacerate per un altro millimetro dalla corda stretta attorno, il fallimento si era fatto strada in lui esautorando il rabbioso discernimento di pochi istanti prima. Il maialino stava arrostendo bene. Affranto da quell’ultimo, inutile tentativo, aveva rilassato per quanto possibile i muscoli dorsali e aveva appoggiato la guancia sul terreno già caldo, cercando di riportare i battiti del cuore a un livello sopportabile, cercando una calma che mai aveva avuto in dotazione da quando erano iniziati i soprusi, molti mesi prima. Una goccia gli aveva solcato una guancia infiammandola, sembrava fosse acido; aveva continuato il suo percorso infuocato sul naso, doveva essere passata anche sulle labbra screpolate che non sentiva più, per cadere a pochi centimetri davanti al suo fiato di resa. Non capiva se fosse una lacrima o sudore, sapeva solo che bruciava da morire. Possibile che a casa non si fossero ancora accorti della sua scomparsa? Che nessuno l’avesse cercato, fosse venuto a slegarlo, salvarlo, rincuorarlo, amarlo? Continuare a dannarsi l’anima in quel modo era solo una perdita di tempo e di preziose energie mentali, lo distoglieva dall’obiettivo ormai vitale, la sua liberazione, tuttavia non comprendeva proprio da dove potesse nascere un tale astio nei suoi confronti, un astio con una determinazione e una creatività davvero ingiustificabili. Non bastava allora farsi i fattacci propri, restare ai margini di bulli e fichette, a scuola come in paese, sarebbe dovuto diventare invisibile, scomparire per sempre o teletrasportarsi in una galassia desolata. Su quell’ultimo pensiero adirato, aveva provato a strattonare le corde dei polsi, ma la resa era stata pari alla precedente, sia nel dolore che nell’insuccesso. 

“Vediamo quanto ci metti a liberarti!”. 

All’inizio, nella speranza che fosse solo una breve ma intensa prova di quanto lui fosse un duro dalla pellaccia resistente e, qualora ce ne fosse ulteriore bisogno, l’ennesima conferma dell’infamia crescente dei suoi amici, sempre steso ventre a terra, aveva provato a ripercorrere le ultime giornate, cercando a ritroso qualche suo comportamento che potesse avere infastidito i gemelli Torre o peggio Ezio Guidi, giustificando addirittura la loro viltà. A scuola, non si era fatto più vedere con Alice, né aveva tirato fuori dallo zaino i suoi fumetti, anzi era stato agli scherzi e alle battutacce con sorrisi da maschera; ecco, forse avrebbe dovuto sorridere meglio, con più partecipazione, non essere così dichiaratamente vittima abulica, ma non poteva essere quella la causa scatenante. “Vediamo quanto ci metti…”. Dopo qualche ora di assolata introspezione, si era arreso, sentenziando che non ce l’avrebbe mai fatta, che così andavano le cose in ogni parte del mondo, da sempre, che forse sarebbe stato diverso solo se lui fosse stato “diverso”, magari magro e senza tutti quei foruncoli sulle guance, uno sportivo di simpatica, allegra compagnia e non invece una ciccia d’altezzosa intelligenza. Avrebbe dovuto leggere Il Lando e Il Tromba, nascosto nei bagni della scuola a fumare sigarette, o partecipare alle masturbazioni collettive, anche se lui ancora non eiaculava. Insomma, nella solitudine del suo martirio auspicava di farcela per poter poi diventare un pezzo di merda come gran parte dei ragazzi che aveva incontrato in ogni paese o città nella quale aveva vissuto. Era nella natura umana, nel gioco delle cose, così come il vento e la pioggia, le stagioni, il giorno e la notte, le formiche e i pezzi di merda; avrebbe imparato, se solo fosse sopravvissuto. Secondo i suoi calcoli, il sole sarebbe tornato perpendicolare al suo corpo entro un paio d’ore al massimo, non gli restava quindi molto da vivere, si sarebbe sciolto come una medusa sulla spiaggia, lo sentiva dentro di sé. Dopo essersela fatta addosso, aveva provato più volte a smuovere quei dannati paletti, ma niente da fare, sembravano cementati fino al centro della terra. Ad ogni tentativo le tempie battevano panico per interminabili minuti, i polmoni gli si arrostivano dentro il petto, presto avrebbe iniziato a fumare dal naso: autocombustione forzata, una fine del cazzo, originale, ma pur sempre del cazzo.

“Fiamma!”. 

Era la seconda volta in poche ore che scommetteva sulla propria morte. Al termine del giorno prima, aveva pronosticato la sua dipartita durante la notte imminente, ne era certo. Se non fosse morto per gli stenti, per la mancanza di cibo e soprattutto di acqua (diamine, ci vorranno giorni prima che accada ciò!), per le formiche o per la pipì, al calare delle tenebre sarebbe stato assalito da chissà quale branco famelico, lì steso in quella posizione da quattro di briscola, un succulento bocconcino per le centinaia di occhi psichedelici che sarebbero apparsi una volta passata la mezzanotte. Lupi, cinghiali, volpi, gufi, scoiattoli, rospi… formiche. Avrebbero iniziato a rosicchiargli le caviglie, quelle deliziose caviglie ricche di grasso, per poi passare ai polpacci, fino a raggiungere l’estasi massima sulle sue chiappone sudate, era quella la portata principe dello speciale menu cicciabomba. O forse sarebbero partiti dagli occhi? Questo dilemma ultrasplatter lo aveva terrorizzato a tal punto da infondergli rinnovato coraggio. Aveva urlato con tutto il fiato a disposizione, con il torace sempre schiacciato al suolo e i crampi a devastargli i muscoli, ottenendo però come unico, doloroso risultato l’avanzare nella sua carne delle corde che lo tenevano legato polsi e caviglie ai quattro paletti piantati nel terreno. Bartali, Coppi, Binda, Magni. Quei paletti erano stati conficcati così bene che quasi sembravano essere stati lì da sempre, quattro querce in miniatura, senza rami e foglie, inamovibili. Era stata questa la sua ultima riflessione, rischiarata dalla sempre più debole luce del sole, poi era finalmente giunta la notte, una notte definitiva, senza luna, che aveva portato refrigerio e nuove certezze: sarebbe morto di paura. Così bloccato, riusciva a intravedere solo le file di pini davanti a sé, sempre più scuri e confusi, sembravano giganti minacciosi, qualcuno più alto e terribile (pino cattivo), altri invece meno imperiosi, quasi protettivi (pino buono). La schiena nuda non gli bruciava più, ma l’anima era in fiamme, fiamme nere come il mondo intorno. Lo spiazzo che avevano scelto per quella folle bastardata era a soli pochi chilometri dall’abitato, una manciata dalla sponda del laghetto, era però ben nascosto dalla folta pineta e dai suoni della notte. Sapeva benissimo dove si trovava, lì vicino c’era un sentiero che nella stagione di caccia veniva utilizzato dalle poche doppiette della zona, d’estate però era proibito sparare, si rischiava di accoppare qualche campeggiatore solitario, così come era già accaduto l’anno prima. Per tutta la pineta si potevano trovare per terra le cartucce della stagione passata, tranne nella radura, lì gli animali non ci andavano, mica scemi loro! Le coppiette invece si infrascavano nel lato opposto della pineta, sulla riva ovest del lago, venivano anche dal vicino paese di Monte Corallo e lasciavano sempre centinaia di profilattici e fazzolettini sporchi che il vento provvedeva a disseminare per tutta la pineta, fino alla sua radura. Gommose esistenze mai nate, futuri, invincibili uomini pinoli dagli arti di carne e corteccia, una volta aveva immaginato. Eh sì, doveva decisamente darci un taglio con i fumetti. La zona degli uominipinoli era la fonte ufficiale dei giornaletti zozzi che segaioli e guardoni lasciavano a terra dopo averne incollate le pagine con dedizione. Se qualche pervertito l’avesse beccato immobilizzato in quella posizione, Tonino avrebbe di gran lunga preferito il cuore esploso o piuttosto la giugulare azzannata. Ma quel giorno sembrava non esserci nessuno né nella pineta né al laghetto; avrebbe dovuto morire da sé. Le speranze di essere salvato da qualcuno che non fosse Jack London erano irrisorie. Pensare a quanto ultimamente aveva letto dello scrittore americano lo aveva rianimato un poco, prima che diventasse notte fonda: non si trattava però di accendere un fuoco o sopravvivere nei mari del sud, né di tirare di boxe o vagabondare sui treni senza venire beccati. Cosa diavolo avrebbe escogitato il caro vecchio Jack? Sicuramente lui ce l’avrebbe fatta, magari dopo sofferenze immani e un nuovo, bellissimo racconto, Jack London ce l’avrebbe fatta, aveva pensato, io no! La notte era calata come un mantello lercio sul suo corpo stanco, una notte che, strano a immaginarsi, inizialmente si era trasformata in benigna, gelida compagnia. Ancora desto e vigile, si era abituato velocemente ai suoni bui degli animali tra i cespugli, al fruscio degli alberi, a quella morte lenta e inutile che forse ormai gli appariva meno tragica di come l’aveva immaginata alla luce del sole. Soltanto una volta aveva dovuto ridestare le sue membra per smuovere il terreno davanti alle mani e ai piedi; era stato uno sforzo immane nella sua irrazionalità. Aveva sentito qualcosa avvicinarsi, dei rumori felpati, incuriositi da quel succulento bocconcino. I pini di fronte a lui non si erano ancora mossi (buoni pini, buoni!). Certo, battere la terra in quel modo poteva essere la conferma che una grossa preda fosse impossibilitata a fuggire, magari ferita, avrebbe incuriosito ancora di più l’essere che inesorabilmente continuava a marciare verso di lui; Jack non l’avrebbe mai fatto! Il fruscio si era presto trasformato in sorde zampate sugli aghi di pino, Tonino aveva sentito il sangue gelarsi nelle vene, così come il cuore smettere di battere, riflettendo per un attimo che quelle sensazioni adesso erano più concrete delle frasi fatte da romanzo d’avventura. Se si fosse liberato avrebbe gettato via tutti i Salgari, Lord Jim, i libri di London, l’Isola del Tesoro e le altre stronzate che lo avevano portato fuori pista nel corso della sua breve ma già disgraziata vita. La prima notte passata fuori casa di certo non l’aveva immaginata così. Con rabbia, aveva nuovamente mosso le mani con tutta la forza che gli restava, ma il dolore ai polsi era stato terribile, una fiammata lancinante in corrispondenza della spina dorsale. Aveva urlato a squarciagola, più a causa del bruciore che per il terrore dell’invisibile predatore, e la sua voce, nel silenzio della notte, gli era risuonata estranea. Forse era così che si moriva, assistendo in modo distaccato alla propria fine, come se fosse quella di un altro, come se fosse uno stupido film, visto dall’alto. Per qualche secondo l’eco del suo grido era sopravvissuta alle sue macabre riflessioni, poi nulla più: sembrava avere funzionato. Il dolore ai polsi e alle caviglie erano scemati, l’adrenalina anche, niente e nessuno si sarebbe avvicinato a lui, almeno era quella la sua speranza. Stremato, lo aveva conquistato un sonno irrequieto, che a strattoni lo riportava a spalancare gli occhi carichi di terrore: buio pesto tutt’intorno. Davanti a lui, una leggera brezza aveva rianimato gli alberi prima quieti. Uno in particolare sembrava essersi spostato di qualche passo, anzi di qualche radice, pino cattivo! Anche l’essere che aveva percepito prima si era spostato, distingueva i suoi occhi luccicargli di fronte, muoversi tra gli alberi e le sterpaglie in fondo, stava giocando con la sua paura, gustandone il sapore, irrorandone le carni. Immaginando la parte del suo corpo che sarebbe stata azzannata per prima (i polpacci o le chiappe!), era riuscito a piangere senza dover seguire le proprie lacrime davanti al muso schiacciato sul terreno. Buio fuori e dentro di sé. Poi si era addormentato con gli occhi accesi a spiarlo tra gli alberi di fronte. Nonostante la notte avesse ingigantito i suoi orrori, non aveva mai sperato nell’arrivo del giorno nuovo, poiché sapeva che restare sotto i raggi lancinanti del sole, senza acqua e la possibilità minima di muoversi, avrebbe costituito la sua fine sicura. Tutto era iniziato per gioco (“Vediamo quanto ci metti a liberarti!”), ma lui aveva subito intuito, fin dai primi, decisi colpi di martello sui paletti, che sarebbe stato l’unico a non divertirsi con quella trovata del sacrificio umano. Ne aveva avuta conferma già pochi minuti prima, quando, ancora vestito, era stato abilmente estratto a sorte dai due gemelli Torre. Il trucchetto che usavano per manovrare la conta era noto a tutti, lo conosceva bene anche lui, memore di decine di figurine perse, così come dell’essere più volte finito nella squadra degli scarsi, tra le guardie contro i ladri cazzuti o nelle file delle giacche blu al cospetto dei temutissimi sioux. Bastava seguire le mani leste dei due gemelli, la mossa di saltare un paio di numeri prima del confuso conteggio finale a multipli di due. Avrebbe dovuto chiedere una seconda verifica, ma Ezio lo avrebbe impallinato a calci davanti a sua sorella, se solo avesse osato. Era già accaduto, e Alice aveva anche riso per la sua goffaggine nel ricevere le botte senza reagire. Avrebbe fatto per l’ennesima volta la figura del cazzone, peggio, del cacasotto infame, chissà come l’avrebbe presa Alice, tenuta fuori dalla conta perché femmina e quindi umile squaw. Suo fratello Ezio era il capo tribù per diritto divino, escluso a priori da ogni sorteggio: quella mattina si era autoproclamato addetto ai paletti. I nodi ai polsi e alle caviglie di Tonino li avevano invece fatti Luca e Carlo Torre. Tonino aveva accettato il suo destino proprio come un guerriero indiano, con coraggio, determinazione e un pizzico di ostentazione. Alice gli aveva sorriso, sembrava volergli dire “fregatene, vedrai che si scocceranno”, mentre in effetti si interrogava un’altra volta su come potesse sopportare tutto ciò. Forse, in fondo, quello stupido se lo meritava. Lui inizialmente aveva confidato se non proprio nella loro pietà, almeno nella labile determinazione dei suoi aguzzini, era convinto che prima o poi si sarebbero stancati e l’avrebbero liberato, magari su ingiunzione di Alice. Con il passare dei minuti però quell’unica speranza era svanita. Erano già trascorsi tutto un giorno e una notte intera e né Ezio, né i gemelli Torre (né la piccola, dolce Alice… troietta del cazzo!) sembravano essersi stancati di tenerlo lì, inerte, alla mercé di tutto e tutti in quella radura desolata. Forse si erano dimenticati di lui, pensiero che lo rendeva ancora più triste di quanto fosse già. 

“Svegliati Tonino, fai tardi a scuola”.

 “Sì mamma… che ore sono?”. 

“È tardi, è sempre troppo tardi per svegliarsi”. 

JACK CE L'AVREBBE FATTA 3 by Michela De Domenico

Riusciva a percepire sulla schiena nuda la lenta ma inesorabile parabola del nuovo sole, ogni minuto che passava era un grado di calore in più da sopportare, un minuto in meno da vivere. Il giorno prima la sofferenza era stata tremenda, senza maglietta e con le gambe nude, la pelle si era arrossata subito fino a spaccarsi in più punti, ma adesso era ancora peggio, marciando i raggi dell’astro sulle scottature di nuovo vive, come un aratro su un terreno zolloso. Sentiva ogni riflesso artigliargli le carni con lunghe unghie lerce e zigrinate, un’immagine latente dell’ennesimo supereroe gli danzava nel cervello, anche se non si decideva a rivelarsi. L’alba era passata solo da qualche ora e Tonino si maledisse ancora una volta per l’involontario rimando ai suoi stupidi fumetti. Niente e nessuno, neppure il potente Galactus (!) avrebbe impedito al sole di continuare la sua parabola nel cielo, sulla sua pelle, sempre più alto, sempre più doloroso, fino alla fine di quel secondo giorno e probabilmente oltre la fine della sua breve vita. Non riusciva a vedere il cielo sopra il suo corpo, ma era sicuro che prima o poi avrebbe intercettato un pennacchio di fumo salire su dal suo culone. Aveva provato ancora una volta a tendere i polpacci e muovere le caviglie: dannazione tutta quella carne sarebbe servita a qualche cosa? Il dolore si era scisso in quattro dolori diversi, presentandosi come un plotone di esecuzione, puntuale alle prime luci dell’alba. Nonostante ciò, gli era sembrato che il paletto della mano sinistra si fosse mosso leggermente. Non poteva esserne certo, gli bruciavano gli occhi e tutte le sensazioni erano ormai distorte, ma si era ripromesso di provarci un’altra volta, appena il bruciore fosse scemato e lui avesse riconquistato un minimo di energia. Aveva rilassato la schiena bagnata di sudore e aveva adagiato la guancia brufolosa sul terreno, ritrovando la goccia che solcava il suo naso fino a morirgli davanti agli occhi. Era sfinito, tremava, aveva la gola arsa e iniziava a sentire i morsi della fame devastargli lo stomaco. O erano forse le formiche? Adesso ne era certo, stava piangendo. Che peccato non riuscire a muovere la lingua con più destrezza, per arrivare a quelle lacrime così inutili e dissetarsi della sua stessa tragedia. Più la tirava in fuori più gli angoli della bocca s’intaccavano di nuove piaghe. L’avrebbero ritrovato con il ghigno del Joker stampato su quei pomodori secchi che ormai erano le sue labbra. Quando la mattina prima, mentre sfogliava un fumetto in compagnia di Alice, seduti sulla panchina di fronte alla villetta della ragazza, aveva visto apparire in lontananza i gemelli Torre, la prima reazione era stata quella di nascondere l’albo degli Eterni, salutarla e smammare più in fretta possibile. I due stavano sicuramente andando da Ezio per proporgli chissà quale diavoleria, in ogni modo, trovandolo lì seduto con Alice e gli Eterni, lo avrebbero canzonato per le sue letture da moccioso, gli avrebbero preso l’albo e l’avrebbero bruciato davanti al suo sguardo attonito, in presenza di Alice. A dodici anni era ormai da ritardati leggere quelle stronzate, peggio che mai gli Eterni! Passi l’Uomo Ragno, I Fantastici 4 o al limite Thor e Hulk (molto al limite quest’ultimo), ma chi se li cacava gli Eterni? Era un gruppo di sfigati in calzamaglia, roba per checche depresse, e lui non voleva essere additato come una grassa checca depressa, soprattutto davanti a lei. Allo stesso modo, però, non avrebbe voluto rivelare le sue ansie alla ragazzina, con la quale si era convinto di potere condividere più di una semplice simpatia. Tonino sapeva che lei stravedeva per Riccardo Gazzè, una vecchia conoscenza del fratello Ezio, nonostante ciò a lui Alice piaceva molto. Era davvero carina, dai lineamenti dolci e i colori chiari, misurava sempre parole e sorrisi, e non sembrava nemmeno italiana. Riccardo la chiamava “la mia tedeschina”, muovendo esageratamente le labbra quando pronunciava la sch. Quell’estate, Bruciapalle Gazzè la stava trascorrendo in colonia, a Monte Corallo; doveva espiare un focoso tiro che gli era costato la seconda bocciatura di fila e quel nuovo soprannome, affibbiatogli da Ezio: Bruciapalle. Guai a vantarsi davanti a lui e al suo Zippo della propria pubertà! Riccardo Gazzè, così come Ezio e gran parte della sua banda, portava anche d’estate jeans Levi’s e false Desert Boots ai piedi, i capelli sul collo e l’immancabile sigaretta tra le labbra carnose. Era alto, moro e dal fisico atletico, aveva quattordici anni, un anno in meno di Ezio, e se Alice non fosse stata la sorella del suo più fidato socio le avrebbe già imburrato per bene quel dolce faccino lentigginoso. Più di una volta aveva provato ad andare oltre i timidi baci che si scambiavano furtivamente dietro casa, Ezio però gli aveva intimato di stare ancora calmo per qualche anno, era troppo piccola per lui, e poi c’era pur sempre disponibile Michelona la Ciucciona, la scema di Licuti, che per un gelato o un pacchetto di sigarette si faceva venire in bocca senza nemmeno sputarlo (“Mmmbbbuuuooonno!”). Tonino Colucci sapeva quanto Alice fosse infatuata di quel teppistello col physique du rôle, non aveva la pur minima speranza di spuntarla sul Bruciapalle, malgrado ciò continuava a frequentarla e, purtroppo per lui, questo significava avere a che fare anche con il fratello Ezio e i gemelli Torre, scudieri di quest’ultimo. La ragazzina accettava la sua compagnia con il sorriso sulle labbra, più per pena che altro, anche se era sempre più evidente l’imbarazzo che provava a farsi vedere con Tonino, specie quella mattina. Quando, dalla casa alle loro spalle, era comparso Ezio, urlando alla sorella di rientrare di corsa, gli Eterni erano spariti dalle mani di Tonino come nemmeno un colpo di magia del Dottor Strange avrebbe saputo fare. Da lì a poche ore, al chioschetto di gelati vicino al lago, sarebbe nata l’idea di andare a giocare nella pineta, ma nessuno aveva menzionato indiani e sacrifici umani. A parte l’infatuazione per Alice, la speranza di essere un giorno accolto dal gruppo di ragazzi suoi vicini di casa e compagni di scuola, non aveva mai abbandonato Tonino nel corso dei mesi invernali. Inizialmente aveva pensato che gli sgarri subiti fossero una sorta di “benvenuto” degli autoctoni del luogo. L’anno prima aveva sopportato in silenzio, provando a fare buon viso a cattivo gioco, nonostante gli scherzi e le imposizioni si facessero sempre più pesanti. Poi aveva conosciuto Alice e tutto si era fatto ancora più sopportabile quanto meschino. Ezio aveva intuito che il Cicciabomba, così come aveva subito ribattezzato Tonino, si era invaghito di sua sorella, utilizzando questa rivelazione sia contro il nuovo arrivato che spesso anche contro di lei. Anzi, da mesi provava molto più gusto a tormentarla, minacciandola con una certa costanza di andare a spifferare tutto a Riccardo, utilizzando l’arma del ricatto e la conseguente complicità di Alice per coprire le proprie scorribande agli occhi dei genitori. Per la ragazzina non ci sarebbe stata tragedia maggiore di quella minacciata da Ezio: non solo avrebbe perso ogni speranza di diventare un giorno la fidanzata di Riccardo, ma sarebbe stata marchiata a vita anche agli occhi delle sue amiche. A scuola, nonostante Tonino fosse un ragazzo sveglio e preparato, dedito alle letture, appassionato di ciclismo e di buoni propositi, o forse proprio per questa ragione, ormai faceva parte di quel gruppo lasciato ai margini di ogni attività proposta con piglio punk dai più grandi, in perenne sfida con il mondo. Da una parte c’erano ragazzi di ogni età e classe sociale, che preferivano reggere ognuno la propria pena in solitudine, piuttosto che fare fronte comune e additarsi ufficialmente quale Gruppo Ufficiale Sfigati Eterni, dall’altra Ezio, Riccardo, i gemelli Torre e una manciata di prepotenti di periferia che la passavano quasi sempre liscia. Tonino aveva frequentato la seconda media con ottimi risultati e per fortuna quell’anno gli interessi maneschi dei “nonni” della scuola si erano rivolti ai primini, lasciandolo libero dalle loro poco invidiabili attenzioni. Tra meno di un mese, se solo fosse sopravvissuto a quell’ultima disavventura, sarebbe entrato in terza classe e forse si sarebbe allontanato da quei bulli di paese, così come da tutti gli altri compagni di scuola. Solo un anno, avrebbe dovuto aspettare solo un altro anno per assistere a un nuovo cambiamento nella sua vita. Già sapeva che dopo la licenza media, per motivi legati al lavoro del padre, avrebbe nuovamente cambiato città, casa, scuola e bulli. Avrebbe impilato i suoi fumetti ordinandoli per supereroe, avrebbe numerato un paio di scatole e sarebbe stato pronto per l’ennesimo trasloco sulla macchinona squadrata del padre. Mesi addietro aveva accolto la notizia senza troppe emozioni, l’unica scossa gliel’aveva data il pensiero che non avrebbe mai più rivisto Alice, la figlia dei Guidi, i vicini di casa chiassosi e invadenti, con il cane stupido legato notte e giorno nel giardino. Ezio di certo non gli sarebbe mancato. Aveva fatto il calcolo di quanto tempo gli rimanesse per godere ancora della compagnia della ragazzina: luglio, agosto e tutto il terzo anno di medie. Luglio era trascorso con il rinculo della scuola terminata da poco, i bagni nell’acqua del lago ancora gelida e le prime grigliate nei giardini diversamente curati delle villette a schiera sulla via principale di Licuti. Non era stato un cattivo luglio, si era anche divertito e tranne qualche fraintendimento non era successo nulla di eclatante con i ragazzi: forse era la scuola a indisporli così, aveva pensato. Agosto stava iniziando nel peggiore dei modi, con lui legato come un salame e sotto tortura nella pineta alle spalle del paese. Il terzo anno alle medie non ci sarebbe probabilmente stato, non per lui. 

 JACK LONDON CE L'AVREBBE FATTA by Michela De Domenico

Licuti era un piccolo paese in collina, alcune migliaia di anime durante l’inverno, il doppio d’estate grazie all’attrazione del laghetto di origine vulcanica e della pineta. Aveva il suo Municipio, due farmacie, una guardia medica, le scuole elementari e medie, una decina di botteghe di alimentari e ferramenta, tre tabacchini e un teatro gestito dall’associazione dei reduci dell’ultima guerra. La fermata dei pullman era nei pressi della libreria Palmieri, accanto alla Polizia, la stazione ferroviaria più vicina era quella di Coblì Marina a più di cinquanta chilometri di distanza. Durante i mesi estivi l’unico cinema tirava via il tetto scorrevole per trasformarsi in sala spettacoli sotto le stelle, a settembre ci eleggevano sia Miss Laghetto che Mister Pineta. Al di là del lago si trovava il paese di Monte Corallo, alle pendici dell’omonimo monte, ancora oltre Rabarbaro, Coblì Marina e il Mare Adriatico. Tonino viveva con il padre e la matrigna nella quarta villetta sulla via centrale del paese, proprio accanto a quella di Alice e di suo fratello Ezio. Il padre di Tonino era un commesso viaggiatore dalla quotidianità scandita dal proprio mestiere, guidava una macchinona americana che sembrava l’auto delle pompe funebri di Rabarbaro, vestiva giacca e cravatta anche in piena estate e i suoi scatti d’ira erano pari alla sua apparente apatia. La moglie faceva la casalinga a tempo pieno, collezionava riviste di arredamento e teneva la tv e la sigaretta accese dall’ora di colazione fino a quando rientrava il marito per cena. Sembrava sempre stanca o infastidita, chiamava il ragazzino Tony e cucinava malissimo. La madre naturale di Tonino era morta pochi mesi dopo il parto, così il padre, dopo qualche anno, si era risposato e da allora avevano cambiato città già tre volte. Erano i primi anni ’70, i programmi televisivi ancora in bianco e nero, il mondo fuori a tinte forti. Suo padre, non trovandolo a casa al suo rientro, era esploso contro la moglie che non lo aveva mai visto così infuriato. La donna, dopo avere spento il televisore e l’ultima Muratti nel posacenere Martini pieno fino all’orlo, si era giustificata con un “tanto è estate!” che spiegava tutto e niente, di certo non la scomparsa di Tonino, ancora non rientrato per cena come sua abitudine. Avevano chiesto notizie ai vicini, ma nessuno aveva visto il ragazzo dalla mattina. Non avevano potuto interrogare i Guidi poiché questi erano fuori, partiti il pomeriggio stesso per andare a trovare i parenti a Monte Corallo. Poco prima di partire, Alice aveva litigato con il fratello, beccandosi una sberla sul muso e la minaccia di riceverne tante altre se solo avesse spifferato qualcosa su quanto fatto “tutti assieme” quella mattina.

– Perché ce l’avete sempre con lui? – aveva singhiozzato, chiusa a chiave in bagno.

– Perché è un cazzone, ecco perché! – era stata la risposta secca dal fratello.

– Non è un cazzone! – gli aveva urlato con voce stridula, prontamente canzonata da Ezio:

– Oh oh oh, non è un cazzone… Tonino Cicciabomba non è un cazzone, per piacere liberatelo, è taaanto dooolce, ti prego oh oh oh!

– Smettila… spastico!

– Ah sì? Vedrai quando dirò a Riccardo che ti sei presa una cotta per quel grassone, vedrai se non lo farò!

– Non è vero! Ti prego Ezio, no… Riccardo no.

Alla fine la minaccia di Ezio l’aveva centrata anche al di là della porta. Alice aveva pianto in silenzio per altri dieci minuti, chiusa in bagno e facendo scorrere l’acqua della vasca per non essere sentita dai suoi. Aveva continuato a singhiozzare seduta dietro nell’automobile che proseguiva a scossoni in direzione del paese vicino. Il padre le aveva chiesto se preferiva stare davanti per sopportare meglio le poche curve che separavano Licuti da Monte Corallo, ma Ezio le aveva stritolato il piccolo ginocchio con una morsa di ferro, guai a lei se accettava per poi magari confessare tra mille lacrime quello che era successo. “Se la caverà il ciccabomba, è intelligente… vedrai che se la caverà!”, così Ezio aveva chiuso le discussioni mentre assieme caricavano il portabagagli dell’auto. Ogni volta era la solita storia, si portavano dietro mezza casa solo per stare qualche giorno, potevano andarci anche a piedi con qualche borsone appresso, nel giro di un paio di ore sarebbero arrivati, ancora meno se avessero attraversato la pineta e aggirato il lago, invece no, tutti stretti in quella macchina microscopica e senza aria, a sbuffare e trattenere la nausea e quel giorno anche le lacrime. Erano partiti subito dopo pranzo con un caldo soffocante, Alice che pensava a Tonino abbandonato sotto quel sole assassino, alla minaccia di Ezio di metterle contro Riccardo, a quanto fosse difficile convivere con un fratello così. Prima di uscire dal bagno si era ripromessa di non farsi più vedere con quel “lardoso sfigato”, erano stati proprio questi i
termini che mentalmente aveva utilizzato dopo un’accurata selezione. Le dispiaceva per quello che era successo, era pentita di aver partecipato anche lei, ma forse aveva ragione Ezio, in qualche modo se la sarebbe cavata. Carlo e Luca Torre invece non erano per niente pentiti, anzi si erano divertiti a tal punto a legare l’amico ai quattro paletti piantati da Ezio, che, dopo il riposino pomeridiano, erano ritornati alla radura per controllare la situazione. Si erano nascosti tra gli alberi e approfittando del calare del sole avevano spiato Tonino. Con i due gemelli Torre lui non aveva mai avuto nulla a che spartire, se li era però sempre ritrovati tra i piedi, soprattutto quando erano presenti Ezio, Riccardo e Alice. Erano dei codardi che facevano dell’essere gemelli una sorta di status speciale, guai a toccarli o solo canzonarli per qualcosa, protetti dai grandi come una sorte di totem. Una volta era anche riuscito a restituire a uno di loro (non ricordava più a chi dei due) un ceffone, poi era intervenuto Riccardo e gli aveva segnato il volto con la punta di una matita che allora portava sempre all’orecchio come i fruttaroli. “Mi ha fatto infezione un foruncolo”, aveva detto Tonino rientrando a casa sconfitto. Era quello il periodo di Riccardo Giotto Gazzè. Senza farsi vedere, i due Torre si erano mantenuti a distanza di trenta passi dalla radura con al centro il ragazzo, nascosti dai cespugli e dai pini. Sembrava essere svenuto, il culone sudato dentro i pantaloncini, una macchia scura sempre meno distinguibile tra gli alberi intorno. Anche se distanti, potevano vedere i segni rossi alle caviglie e ai polsi di Tonino; avevano sorriso di quel particolare notato da entrambi, complimentandosi tacitamente per il gran bel lavoro fatto. I due non avevano avuto alcuna pietà la mattina prima né ora, anzi avevano rincarato la dose, ideando un supplemento di terrore per il loro ciccioso amico. Avevano fatto altri dieci passi indietro e dopo avere acceso due coppie di fiammiferi, avevano iniziato a fare versi strani, muovendo leggermente le fiammelle nella notte sempre più notte. Avevano annotato la reazione isterica di Tonino, trattenendo a stento le risate orgogliose: se solo lo avesse saputo Ezio! Poi lo avevano sentito urlare in un modo disumano e per la prima volta in tutta quella giornata avevano realizzato quanto fosse stato pesante il tiro giocato a Tonino. Sarebbe bastato farsi riconoscere, rincuorare l’amico e slegarlo, minacciandolo se solo avesse confessato: uno scherzo, è stato un lungo ma divertente scherzo, “così, per fare qualcosa, To’!”. Carlo però aveva detto al fratello che se lo avessero slegato e lui avesse raccontato tutto, sarebbero stati cazziati prima dai loro genitori e tra due giorni, al rientro della famiglia Guidi, avrebbero dovuto vedersela con Ezio, che non si sarebbe limitato soltanto a redarguirli per la loro ingiustificata pietas. Nessuno dei due aveva la reale percezione di aver condannato a sofferenze disumane un ragazzino come loro, in fin dei conti lo ritenevano pur sempre un amico, sottovalutando l’abisso che c’era tra quel termine e la loro personalissima accezione. Perseveravano nell’autoassolversi da ogni infamia, continuando a cavalcare l’idea che fosse solo uno scherzo di quelli belli e cazzuti, da raccontare ai grandi: “ti ricordi di quando abbiamo lasciato nella pineta il Cicciabomba legato come un salame?”. Sarebbe stato il loro biglietto da visita per entrare nell’élite degli scassapalle professionisti, e forse un giorno anche lo stesso Tonino ci avrebbe riso sopra assieme a loro. Luca era il meno convinto dei due a lasciarlo lì per tutta la notte, che cosa sarebbe successo a casa Colucci quella sera? E se non ce l’avesse fatta? Ci aveva concretamente pensato più volte, disteso tra i cespugli assieme al fratello, ma la prospettiva di una violenta reprimenda di Ezio incuteva più timore di ogni eventuale altra ipotesi. Mentre si interrogavano in silenzio sul da farsi, avevano sentito un fruscio alle loro spalle, poi una sorta di rantolo affannoso, seguito da un versaccio. Doveva averlo udito anche la loro vittima. Con l’urlo di Tonino ancora a risuonargli nelle orecchie, i gemelli avevano ripreso velocemente il sentiero ed erano tornati in paese senza essere visti da nessuno. Fine delle riflessioni. Pochi minuti prima di mezzanotte, dopo averlo cercato per tutto il paese a bordo del suo macchinone, il signor Colucci aveva deciso di rivolgersi alla Polizia che immediatamente aveva diramato alle caserme dei paesi limitrofi l’avviso di “ragazzo scomparso”. Avevano accolto la segnalazione senza scomporsi troppo, ogni estate c’era sempre un ragazzino che si perdeva nei pressi del lago, marciando a piedi verso qualche paese vicino; prima o poi, così com’era scomparso, sarebbe riapparso, e via scapaccioni, lacrime e abbracci. Le uniche due volanti disponibili a Licuti avevano comunque iniziato le ronde, coadiuvate dal signor Colucci e alcuni conoscenti volenterosi. Erano arrivati fino ai vicini paesi di Rabarbaro e Monte Corallo, ma nessuno aveva avuto l’illuminazione di estendere le ricerche alla pineta e a tutta la zona del lago, non almeno per quella prima notte in cui Tonino era scomparso dal mondo senza lasciare alcuna traccia. L’arrivo delle volanti a Monte Corallo aveva destato una certa agitazione in quell’insonne, afosa notte di agosto. I ragazzini si erano riversati nelle strade, le luci delle abitazioni dialogavano a distanza in linguaggio Morse. Una delle auto della Polizia si era fermata proprio sotto la casa degli zii di Ezio e Alice, era rimasta lì in strada con i fari accesi e dopo qualche minuto era ripartita. Ciò era bastato per far scappare e nascondere Ezio e Riccardo nella veranda alle spalle dell’abitazione. I due stavano dividendosi uno spinello sbilenco, quando dal vialetto in fondo alla strada era spuntata la volante. Pochiminuti prima Riccardo era riuscito a sgattaiolare dalla colonia e aveva raggiunto Ezio a casa degli zii, il solito fischio in codice e l’amico era sceso.

– Come stai Bruciapalle Gazzè?

Come detto, l’arrivo dell’auto della Polizia aveva ridestato un certo interesse in tutto il sonnacchioso quartiere, porte e finestre si erano aperte nonostante le zanzare killer provenienti dal vicino lago. Anche Alice si era svegliata e la prima cosa che aveva notato era stata l’assenza di Ezio nel letto accanto al suo. Dalla strada proveniva una strana agitazione, si era avvicinata alla finestra con la persiana socchiusa e aveva visto la Polizia: “Dio mio l’hanno trovato! Avrà confessato tutto e adesso ci arresteranno!”. La paura era stata una pedata al basso ventre, non era riuscita proprio a trattenerla, bagnandosi le mutandine in modo irreparabile. Era andata in bagno camminando sulle punte dei piedi umide di pipì, e dalla piccola finestra che dava sulla veranda le era giunto lo strano odore delle sigarette che solitamente condividevano Ezio e Riccardo. Con il cuore ancora in gola per la vista della volante e per la presenza del “suo” Riccardo, aveva avvicinato uno sgabello al lavandino e dopo avere raggiunto la finestrella aveva avuto conferma che non si era sbagliata: Ezio e Riccardo si stavano passando la sigaretta puzzolente proprio lì sotto! Non riusciva a vedere bene i due amici, soprattutto Riccardo entrava e usciva dal suo campo d’osservazione, ma scorgeva in modo netto Ezio che stava comicamente mimando qualcosa, le braccia alzate e le gambe divaricate. Si dimenava di brutto e teneva una mano sul muso per bloccare le risate. Riccardo era rientrato nel cono visivo di Alice come l’attore di un film
muto, a scatti: prima una mano, la mano che afferrava la sigaretta quasi finita, poi il braccio, il busto e lunghe gambe, ancora un tiro di spinello – (didascalia) – ecco qui Riccardo bello! Anche lui sembrava divertito dal racconto dell’amico, sorrideva con gusto ed era davvero bello da far perdere i sensi. La discussione era durata il tempo della canna, poi si erano salutati dandosi la mano come facevano i duri, scomparendo in due direzioni opposte, ciascuno con il suo stono. Alice aveva visto solo le due mani unirsi per qualche secondo, poi era scesa dallo sgabello, lo aveva rimesso sotto il lavandino ed era ritornata di corsa in camera. Era entrata trattenendo il respiro e senza chiudere la porta; nella stanza accanto dormivano le due cugine, in quella di fronte mamma e papà. Ancora agitata, si era sdraiata sul letto, in attesa che rientrasse il fratello. Quant’era fico Riccardo!… aveva sospirato, sorpresa di avere, anche se solo per un istante, sorriso a quell’ultimo pensiero da grandi. Il puzzo di fumo aveva preceduto Ezio, la porta si era aperta e Alice aveva serrato gli occhi nel buio. Ezio si era spogliato con una lentezza esasperante, il suo respiro odorava di carne marcia: chissà cosa si erano detti lui e Riccardo? Proprio nello stesso istante in cui Tonino, scappati via i gemelli Torre, trovava un po’ di ristoro in un sonno tormentato (pino cattivo!), nel paese di Monte Corallo, a casa degli zii, Alice entrava in contatto con una sensazione mai provata prima. Paranoia. La domanda assoluta era: che cosa si erano detti Ezio e Riccardo? Ma prendevano il largo dentro di lei altre mille considerazioni. Tonino si era forse liberato e li aveva denunciati? Lo avevano trovato morto? C’erano i lupi nella pineta? La Polizia cercava lei ed Ezio, lì a casa degli zii? E perché allora non erano saliti ad arrestarli? Avrebbe potuto continuare così fino a quando non fosse spuntato il sole, ma alla fine, dopo interminabili ore a rigirarsi nel letto, anche lei era riuscita a trovare un po’ di pace in un sonno senza sogni. L’ultima avvisaglia della sua coscienza che andava lentamente assopendosi si era però trasformata in un proposito risoluto, che avrebbe ritrovato l’indomani mattina: toccava fare qualcosa, qualsiasi cosa pur di non perdere Riccardo. Come Tonino, prigioniero al centro della radura, anche Alice si era svegliata con le prime luci dell’alba. Ezio dormiva ancora pesantemente, la bocca spalancata cercava aria, il respiro era aritmico e il volto morto. Lei si sentiva peggio di come si era addormentata, le paranoie della sera prima avevano decantato durante la notte, tornando al suo risveglio ancora più forti, invadenti e senza risposta. In assoluto silenzio, si era rivestita con gli stessi abiti con i quali era partita da Licuti, aveva solo cambiato gli slip e il cerchietto ai capelli. Con passi felpati, era andata in bagno per lavarsi il viso. Il caschetto biondo era scompigliato nel riflesso dello specchio, e dio che aspetto orribile! Due enormi segni d’ombra le solcavano gli occhioni verdi, fino alle lentiggini sulle guance abbronzate, sembrava un clown che non si cambiava il trucco da settimane, altro che “tedessschina”! Sperava solo di non incontrare Riccardo conciata a quel modo. In casa dormivano ancora tutti, lei era uscita dalla porta sulla veranda con fare da gatta. Aveva controllato la strada deserta e aveva iniziato a correre in direzione del piccolo lago all’orizzonte. Le fibbie dei sandali con i due occhi orientali sul dorso, dopo pochi chilometri, le avevano tagliuzzato la sottile pelle delle caviglie. Solitamente li indossava con le calze traforate, ma quella mattina non aveva avuto tempo e voglia di studiare il suo abbigliamento. Aveva messo la camicia bianca a maniche corte con il colletto di raso, una gonna azzurra lunga fino alle ginocchia, e quei dannanti sandaletti con gli occhi. Ogni passo era una sofferenza, sentiva le caviglie bruciare fino ai polpacci; era questo quello che stava provando Tonino da quasi un giorno intero? Non era il momento per altre domande, doveva ancora arrivare al lago, girarci velocemente intorno fino a raggiungere la pineta, trovare il sentiero dei cacciatori e porre fine a quella storia. Mentre i sandaletti tormentavano le caviglie di Alice, i legacci che già avevano seviziato a dovere polsi e caviglie di Tonino, adesso, dopo un ultimo strattone, sembravano meno saldi, disponibili forse a cedere. Per un attimo era tornato a sperare, London o non London, avrebbe dovuto avere pazienza, pisciarsi addosso per l’ennesima volta e forse ce l’avrebbe fatta anche lui. Lo aveva capito proprio nel momento in cui Alice arrivava in prossimità del lago. Entrambi avrebbero dovuto fare un ultimo sforzo: lui per liberarsi o amputarsi definitivamente una mano, lei per raggiungerlo prima che una delle due prospettive si realizzasse. Paolo Colucci, aveva passato la notte a girovagare in auto per Licuti, Rabarbaro, Monte Corallo, fino ad arrivare a Coblì Marina, chiedendo ai pochi insonni trovati in giro se avessero visto un ragazzino “grassoccio”, scomparso misteriosamente dalla mattina prima. Più volte si era messo in contatto con l’ospedale di Rabarbaro, nella speranza di ricevere proprio la risposta che aveva ricevuto: “No, non è stato ricoverato nessun Antonino Colucci, signore”. Alla fine, poco prima di rientrare a Licuti, aveva finito la benzina ed era dovuto tornare a casa a piedi, in attesa che l’unica pompa aprisse alle sette. Alle sette in punto si era presentato al distributore Esso con una tanica da dieci litri, per fortuna la macchina l’aveva mollato solo a un paio di chilometri da lì. Quando aveva rimesso in moto l’auto, Alice da pochi istanti si era lasciata il lago alle spalle, mentre Tonino si meravigliava di essere ancora tutto intero dopo la notte scampata per un soffio, dannandosi l’anima sulle motivazioni di quell’infame, ultimo tiro subito da Ezio e soci. Suo padre, passate le otto, si era ripresentato alla Polizia per chiedere a gran voce di estendere le ricerche nella zona della pineta e del lago. Un panciuto agente gli aveva risposto che ci avevano già pensato, ma che avrebbero dovuto attendere almeno un’altra ora poiché anche i loro mezzi erano rimasti a secco di carburante dopo le ricerche notturne. Così, poco dopo le nove, Paolo Colucci seguiva a pochi metri di distanza l’auto della Polizia, diretti al parcheggio vicino al lago. Avrebbero aggirato a piedi il bacino da due lati diversi, lui da destra e gli agenti da sinistra, per poi ricongiungersi all’inizio della pineta. Qualora non avessero ancora trovato il ragazzo, si sarebbero inoltrati per continuare le ricerche. “Stia tranquillo signor Colucci, lo troveremo!”. Solo per pochi minuti i poliziotti e il padre di Tonino, appena separatisi al parcheggio, non avevano intercettato Alice che, seppure zoppicante e in un bagno di sudore, aveva superato la zona degli uomini pinoli, continuando imperterrita la sua marcia in direzione della radura. Faceva già un gran caldo, non erano passate ancora le dieci e sarebbe stata una giornata infernale. Lo sapeva anche Tonino, appiattito in quella posizione vitruviana, la guancia schiacciata sul terreno rovente, i succhi gastrici che salivano fino alla gola, gli artigli di Wolverine (ecco chi era!) sulla sua schiena: stava giocando a tris sulle sue carni quel bastardo di Logan. Alice era già dentro la pineta, grazie alle cartucce sparse sul terreno aveva facilmente individuato il sentiero dei cacciatori e tra qualche minuto sarebbe spuntata nella radura. Chissà se avrebbe trovato Tonino? Aveva deciso di affrontare quell’ultimo tragitto scalza, i sandali in mano, caviglie e talloni scorticati a sangue. Piangeva, correva, arrestava a tratti la sua corsa per togliersi sossolini e spine dalla pianta dei piedi e piangeva a dirotto ma in silenzio. Avrebbe voluto Ezio lì con lei, magari l’avrebbe presa acavalcioni sulle spalle come accadeva quando erano piccoli; così assieme, un corpo solo, sarebbero arrivati in un baleno da Tonino. Quest’ultima immagine aveva incrementato le lacrime e la disperazione di Alice, non trovava giusto dover essere lei a pagare per tutti, non c’entrava niente con quella storia, nemmeno alla conta aveva partecipato! La pena che provava per se stessa la spingeva a procedere con ancora più lena, ma non era il suo un movimento empatico, con il fine ultimo di liberare Tonino da una sofferenza simile. Sapeva solo che voleva arrivare in quella radura il prima possibile. Tonino, dopo avere giurato a se stesso che presto sarebbe diventato il nuovo Ginaccio polpacci d’acciaio Bartali, aveva tirato con tutte le forze e il dolore che si poteva ancora permettere. Questa volta a cedere di qualche millimetro erano stati sia il paletto di destra che quello di sinistra. Aveva visto sangue nuovo colorargli i polsi, ma la sensazione di essere vicino alla liberazione era stata forte come mai prima di allora. Ci sarebbero voluti altri dieci, venti, cento strattoni di quell’intensità, sarebbe svenuto per il male, ma forse non sarebbe morto quel giorno come aveva più volte previsto. La vescica lo aveva ancora tradito senza nemmeno che lui se ne accorgesse. Tanto non c’era più nulla da pisciare se non lava e pietre pomici. Suo padre e la Polizia, aggirata velocemente quella pozzanghera che a Licuti chiamavano “lago”, lo avrebbero raggiunto alle spalle; Alice, tagliando per il sentiero dei cacciatori, era già prossima a fare la sua apparizione davanti a lui. La ragazzina aveva sentito un grido, vicino, molto vicino: Tonino aveva tirato ancora, questa volta spostando il paletto del polso destro di qualche centimetro. Era ben visibile il movimento che la terra adesso concedeva al legno, serviva uno scossone laterale, un paio verso l’alto e il paletto sarebbe finalmente uscito. Il grido di Tonino era stato disumano, come quello di un grosso animale ferito. Era stato così forte che anche suo padre, distante da lui il doppio rispetto ad Alice, lo aveva sentito. Uno dei poliziotti aveva accarezzato la fondina della pistola, era bastato uno sguardo d’intesa con il genitore per aumentare l’andatura, puntando ancora più convinti verso nord. Alice sembrava volare, un elfo della pineta inseguito da un terribile troll di pozzanghera; nonostante i tagli e le minuscole gambe da bambola, era arrivata prima di loro, proprio mentre Tonino si sgolava per un’ultima volta, prima che il paletto del polso destro venisse via dal terreno. Era libero… sono libero! Alice, con le scarpe in mano e i polpacci graffiati, la gonna azzurra strappata e macchiata di sangue, lo aveva raggiunto a piccoli, timidi passi. Era rimasta immobile di fronte a lui, osservandolo dall’alto come una lampada da dentista. Aveva mosso involontariamente l’alluce sporco di terra, sfiorandogli i capelli. Tonino, accecato dal dolore e dalla contentezza di essere riuscito a liberarsi, non l’aveva nemmeno vista arrivare. Gli era apparsa all’improvviso come l’ombra di un grande uccello o un’eclissi non annunciata. I suoi contorni danzavano tra le lacrime di Tonino. Lei non piangeva più, lo sguardo fisso sulla schiena viola del ragazzo, attorno a sé gli altri colori erano spariti. Due poliziotti e suo padre, al di là degli ultimi pini, riuscivano a vedere tra gli alberi la radura, distinguendo una piccola figura dai capelli biondi e qualcuno steso a terra. “Mamma…”, aveva sospirato Tonino, alzando un braccio verso quell’angelo sempre più nitido. Era però troppo sconvolto per capire cosa stava accadendo, ancora accecato dalle lacrime e dagli stenti. Non si era nemmeno accorto che Alice non era più davanti a lui. Si era mossa furtiva intorno al corpo di Tonino, i piedi sporchi e leggiadri, sembrava un mercante orientale nell’atto di esaminare il più bizzarro dei tappeti. Dopo averlo studiato da diverse angolazioni, era tornata davanti a lui, sfiorandogli nuovamente i capelli con gli alluci.

– Mamma?

– Tu non ce l’hai la mamma! – le braccia alte verso il cielo, oscillava come una meridiana impazzita.

Enrico Battaglia, agente ventunenne in servizio continuato dalle sei della sera prima, oltrepassando un cespuglio di more e trattenendo con una mano un ramo per permettere a un sempre più trafelato signor Colucci di seguirlo senza beccarselo in piena faccia, aveva visto in modo chiaro il ragazzo immobilizzato a terra al centro della radura, ormai a soli pochi metri da loro. Sembrava legato al terreno, impossibilitato a muoversi se non per un braccio che teneva alzato, agitandolo nell’aria. La ragazzina bionda di fronte a lui, barcollando vistosamente, reggeva con tutte le due mani un gigantesco masso sulla testa, proprio sopra quella del prigioniero tra i suoi piedini scalzi. Le braccia tremanti e insicure non l’avrebbero tenuto su ancora per molto.

– Mamma, no…

JACK LONDON CE L'AVREBBE FATTA 4 by Michela De Domenico

Lo sparo aveva coperto il grido di Tonino, del padre di Tonino, della piccola, dolce Alice.
Una tortora si era alzata in volo da uno dei pini. Pino buono, pino cattivo.
Bruciapalle Gazzè non avrebbe saputo.

Paesaggi e legacci di Michela De Domenico: http://mycomicsjourney.wordpress.com/

Trilogia legata – racconto 2 di 3 (link)

Trilogia legata – racconto 3 di 3 (link)

4 thoughts on “Jack London ce l’avrebbe fatta, io no! [Trilogia legata – 1 di 3]”

  1. E nemmeno io ce l’avrei fatta, mi sarei lasciata morire così distesa, senza speranza, come noto sono i tuoi ultimi racconti. Tutto bene Mister LordA?

    Bellissime le illustrazioni.

  2. Ciao “Anonima” lettrice, tutto bene, sì… legacci a parte.
    Concordo sulle illustrazioni e sulla mancanza di speranza.
    Salud!

    LordA

  3. Secondo me poteva tranquillamente uscirsi un romanzo breve, sia per la bellezza della storia, per la trovata asfissiante, per i personaggi che lasciano spazio ad altrettante storie e per la tua scrittura mai noiosa. Bello il finale aperto. Bravo genietto, aspettarti è sempre ripagato.

    TBKTA

  4. Bello, semplice, senza troppi giri di parole, atmosfera cupa e cinica al tempo giusto, un buon narrare come pochi in giro ultimamente. Mi è piaciuto molto il delirio del protagonista e i ciclisti.

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