MANGIAVA SEMI DI PAPAVERO ROTTI CONVINTO FOSSERO BAMBINI COTTI [Trilogia legata – 2 di 3]

Se l’era proprio andata a cercare, ostinata e indomita come mai prima di allora, mossa da un irrefrenabile desiderio di dimostrare le sue innate qualità nel caso più difficile, pericoloso e allo stesso tempo eccitante che le era capitato. Aveva messo i suoi tacchi più alti, degli stilettosi Gucci con la G dorata sul tallone d’acciaio, molto poco puttana da strada, certo, ma tanto puttana da monta; avrebbero avuto il loro sicuro effetto, trasformandola in un segugio sexy e selvaggio, altro che Rex. Era stata lei stessa a giocare con quel paradosso così scurrile, per certi versi voluttuoso quanto animal, pochi istanti prima di uscire dalla sua lussuosa villa. Lo specchio del bagno le aveva restituito il riflesso di una femme fatale primi novecento, lo sguardo rimmellato di una corruttrice di mondi, l’esca perfetta per quel porco maniaco ancora per poco a piede libero. I polpacci su quei tacchi spropositati sembravano esploderle, ogni passo era una scossa su fino alle natiche, un terremoto d’intenti, poteva ancora permetterseli con una certa classe, nessun uomo o grata le avrebbe resistito. Da qualche giorno trovava uno strano piacere nel pensarsi al limite della decenza, arrivando anche a darsi della poco di buono nel volere portare avanti così ostinatamente una simile missione: “Sei proprio una gran maiala!”, si era detta mentre tingeva le labbra gommose di rosso fuoco, facendo l’occhiolino al gigantesco specchio a forma di mela. Voleva entrare nella parte e ci stava riuscendo benissimo. “Chi è la più porca del reame?”. Nessun ripensamento, nessuna paura, anzi, era eccitata fino a perdere il senso reale di quella nuova avventura, affascinata dall’imprevedibilità della vita, calda e aggressiva come la scorza di limone in un tè pomeridiano servito da un maggiordomo attempato con i guanti bianchi. Quel caso era la grande prova che scandaglia i sentimenti più intimi e preziosi che ognuno racchiude nel proprio cuore come un tesoro raro. Esistevano segreti che soltanto lei poteva carpire, cogliendo tutte quelle sfumature che la rendevano unica, donna fragile e impetuosa allo stesso tempo. Era questa la vita che le mancava e cos’è il silenzio, se non qualcosa che decidiamo di tenere per noi, da non condividere con nessun altro? Fragile, sconosciuta vacuità dell’anima, fiera propensione all’amore, soli si muore quando la voglia di volere bene ti scoppia dentro: indossa il tuo cuore sulla pelle di questa vita. Alla fine l’aveva scovato, senza nemmeno troppe difficoltà, merito delle Gucci e del suo corpo da sballo, del botox fresco e della mini vertiginosa sotto il top viola livido, del suo fiuto investigativo. Eccolo lì davanti a lei, l’arma in mano, pronto a seviziarla e renderla puzzle per gli annali di nera, proprio lui, il famoso serial killer delle prostitute di Ozziano, ricercato da settimane in mezz’Italia da Polizia e Carabinieri, dal Soccorso Alpino, dalla Protezione Civile, dai Rangers Padani e dal Corpo Forestale ozzanese sezione speciale Chuck Norris. Quell’essere così legata, impossibilitata nei movimenti, l’aveva invogliata a provocarlo, non era da tutti i giorni avere uno sconosciuto ai propri piedi; si sentiva sensualissima nella tragedia incombente. Un rivolo di sudore le scendeva dal collo, perdendosi sul materasso sotto il suo corpo eccitato. Riusciva ancora a percepire il profumo della sua crema all’olio di Argan, la sentiva anche il suo aguzzino, inebriandosi. Quel tipo non avrebbe mai più ucciso dopo di lei, ne era sicura, era lei la summa dei suoi delitti così perversi, la sua nemesi ingorda, il suo bagascioso apogeo di carriera. Stava forse per morire dopo chissà quali sofferenze, se lo sentiva, oh sì!, ma prima avrebbe goduto come non mai, anche questo sembrava percepirlo, e la promessa del piacere era ben più forte di quella della fine violenta e imminente. Ogni suo respiro grondava energia primitiva allo stato puro, intensa come il ricordo di un sogno appuntato sul retro di un libro alle prime luci del sole. Il porco dal labbro leporino, colpo dopo colpo, l’avrebbe fatta donna per l’ultima, epocale volta. Le fascette ai polsi la facevano sentire viva, la dominazione, seppure solo accennata, l’aveva fatta bagnare, il suo sesso si era schiuso come una rosa accarezzata dalla brezza mattutina di un’alba settembrina. Il cuore le batteva pazzo nel petto, forte, sempre più forte, un indomito puledro dalla libera criniera al vento, guerriero maori alle prese con l’ultima haka prima della battaglia. Vedeva i propri capezzoli turgidi andare su e giù come due pollici alzati in segno di approvazione. Era un’amazzone vittoriosa, vigore, forza e coraggio le appartenevano, la migliore sulla piazza era, dio, angelo e demone nel suo ardore, la Madonna di pizzo di Like a Virgin era. Avrebbe potuto urlare a squarciagola, qualcuno forse l’avrebbe sentita, però riusciva solo a pensare a quanto sarebbe stato ancora più eccitante se l’avesse frustata per dischiuderla ancora di più, allora sì che avrebbe urlato a gran voce d’irrefrenabile piacere. Avanti, torturami, seviziami, strappami una confessione che non ho, vestiti da marò e prendimi dopo anni di astinenze indiane! Può un sogno bussare alla porta di una camera d’albergo, in una notte fredda e solitaria? E dire che chi le stava di fronte non era un bell’uomo, tutt’altro. Era prigioniera di un suo coetaneo dai mille problemi, lo dicevano i numerosi tic che gli agitavano il viso: smilzo, le braccia rachitiche, il volto orientaleggiante, quasi calvo e con due labbra terribili sul punto di cascargli sul mento; portava degli occhiali da miope estremo che continuamente tirava sopra il setto nasale, aveva fumato una sigaretta dopo l’altra, standosene di fronte a lei in enigmatico silenzio, senza nemmeno spegnerne una sui suoi seni, che pivello! Una creatura sudaticcia, insicura, con la fiatella che si percepiva a distanza. Doveva essere per tutti uno sfigato doc da portare in giro per le università in libera mostra, ecco chi era il famoso killer delle prostitute di Ozziano, un fallito da manuale, e lei si era lasciata abbindolare da un tipo simile, proprio lei che su settantaquattro casi indagati ne aveva risolto settantacinque negli ultimi sei mesi. Pur avendo imparato negli anni a resistere a tutto, si era eccitata all’idea di essere alla mercé di un tipo simile, un’eccitazione così insensata e intensa che non aveva mai più provato da quando, per notti intere, aveva accarezzato il quarto pilastro in cemento armato del costruendo maxi emporio cinese al centro di Ozziano: nero, liscio e levigato dalle mani esperte e sudate di chissà quale capomastro albanese. Se avesse avuto quel benedetto frustino, oh come avrebbe goduto lì immobile sul letto. Lo sconforto, ma anche il coraggio di chi non ha niente da perdere. L’idea di essere la terza vittima di quel pazzo nemmeno le sfiorava il cervello, adesso concentrato sull’ennesimo, inutile particolare: che fine hanno fatto le mie Gucci? Se l’era proprio andata a cercare, non ne sarebbe uscita viva questa volta, ma il gioco sembrava valere la candela. Ecco cosa mancava, della cera calda a colarle sulle braccia tese, un desiderio che la scosse ancora di più di quello del frustino, inarcò la schiena e ansimò guardando il suo carnefice; non poteva certo suggerirglielo lei, questione di ruoli. Già, proprio una questione di ruoli, le aveva fatto notare l’amico detective il giorno prima del fin troppo riuscito adescamento:

– Stai attenta Diamante, non si tratta del solito scemotto di paese, né del parroco fedifrago come l’ultimo caso che hai risolto. Mi raccomando, non essere imprudente. Te lo ripeto, non sei tenuta a farlo, c’è gente pagata per questo.

– Lo sai benissimo che solo io posso andare fino in fondo a questa storia.

– Sì, certo, ma dovrai fermarti qualche passo prima, lascia fare a noi. Non metto in dubbio le tue capacità, sai quanto ti stimo, è solo una questione di ruoli.

– D’accordo, starò in guardia, però niente microfono nascosto, voglio mettere il top di pelle, sapessi quanto l’ho pagato.

– Ti potrebbe violentare e poi farti a brandelli come con le altre, lo sai vero?

– Smettila, non farmi eccitare davanti a tutti.

– Diamante, ascoltami, ti prego.

– Gastaldo caro, lo sai che nessuno può farlo meglio di me.

– Certo che lo so, certo… ma stai ugualmente attenta, me lo prometti?

Era il solito, scenico preoccuparsi di Gastaldo, l’amico d’infanzia, ispettore della mobile di Ozziano da soli sei mesi. Anche lui però sapeva che Diamante non avrebbe mai e poi mai rinunciato a quella nuova avventura, il ruolo della battona di strada le mancava, anzi, per come sembrava esaltata doveva andarle proprio a genio. Che cosa avrebbe scritto Il Gazzettino di Oz quando lei avrebbe smascherato quel terribile criminale? Sarebbe stato un altro successo per l’avvenente Diamante. Andava così fiera di quel suo hobby: “La falena della pula spara” – “Risplendi ancora Diamante pazzo”, questi solo alcuni titoloni in prima pagina raccolti nella teca museo della propria villa, incorniciati assieme alle chiavi della città, alla giarrettiera vescovile e altri riconoscimenti meno illustri. Lei e l’ispettore Gastaldo erano cresciuti assieme, avevano frequentato medie e liceo a Ozziano, poi si erano persi di vista durante gli agitati anni universitari. Diamante non aveva terminato il corso di laurea in medicina, aveva ereditato dal ricco padre l’azienda di famiglia e già a venticinque anni era diventata una delle personalità più influenti tra gli imprenditori del nord est. Amava però i gialli, le eroine noir e l’eroina brown sugar. Quest’ultimo era stato solo un fugace vizietto giovanile presto sostituito dal bondage più estremo, le ceramiche di Caltagirone e le riviste di arredamento altrettanto estremo. Nella sua top five dell’amplesso rientrava quella volta che si era lasciata imprigionare dentro un cassettone in stile liberty, riproposto dal famoso architetto Carlone Maria Alberto Papocci Privera Dotti in una tinta gialla Tour de France, al posto delle maniglie dei glory holes intarsiati di smeraldi colombiani. I due uomini di fatica pugliesi che glielo avevano consegnato, lo avevano collaudato a dovere, per la soddisfazione della signora che aveva lasciato loro oltre all’herpes anche un centone di mancia a testa.

– Un giorno o l’altro ti caccerai nei guai con questa tua mania di… di fare certe cose con chiunque capiti!

– Anche tu, caro detective Gastaldo.

L’ispettore Gastaldo si era laureato in legge con il massimo dei voti, era entrato in Polizia per volere più del padre che suo, diventando ispettore o come preferiva chiamarlo Diamante “detective”. Dopo alcuni anni in provincia, da poco era ritornato nella città natale di Ozziano per continuare la sua insipida carriera. Negli anni passati sui libri, Diamante e Gastaldo avevano fatto coppia fissa, più per la passione comune per crimini e misfatti che altro, nessuna tresca passionale tra i due, anche perché a Diamante piacevano i meridionali dal petto villoso e i sexy toys di lattice morbido, oltre ai glory holes, a Gastaldo anche. Gastaldo viveva male la propria omosessualità, era stato ovunque discriminato, il suo percorso di vita stereotipato e mal narrato. Lei lo sfotteva spesso, dicendo che non sarebbe andato con lui nemmeno se fosse rimasto l’ultimo uomo sulla Terra. Quando una sera Gastaldo le aveva mostrato la sua circoncisione appena fatta, i punti ancora ben visibili attorno a tutta la cappella scoperta, entrambi più che brilli dopo la Sagra del melone ripieno di vodka al melone ripieno di vodka al melone, Diamante gli aveva riso in faccia senza malizia, sostenendo che sembrava un funghetto rattrappito dopo un lungo temporale. Gastaldo però non aveva riso, risentito per quel paragone così veritiero. La vita di azienda per Diamante era sempre stata di una monotonia snervante, così, non avendo un compagno né figli, né problemi di sostentamento quotidiano, era sempre ben lieta di aiutare l’amico poliziotto nelle indagini più contorte e ricche di sorprese. Spesso si trattava di fantasiose truffe, furti seriali e robette simili dall’ampia risonanza nelle pagine di cronaca cittadina, ma quello del killer di Ozziano era il primo caso con delle morti accertate, ben due.

– Non mi guardare in quel modo, troia!

– Allora sai anche parlare.

– Zitta troia!

– Me lo dici almeno il tuo nome?

– Troia!

– Originale come nome.

– Taci o ti squarto viva!

– Hai dimenticato di aggiungere “troia”.

– Troia!

– Ecco, così però mi stai facendo eccitare… mmm.

Non stava bluffando, che razza d’idee le saltavano in testa? Quel tizio le brandiva davanti agli occhi un macete lungo un braccio e lei giocava ancora alla Mata Hari, legata come un salame a quel letto puzzolente? Che pensava di ottenere se non di diventare la terza vittima privata degli organi genitali in meno di un mese? Quando investite la vostra vita in un uomo, non importa in quali disastri vi coinvolga: li sopporterete con stoicismo, ma appena smettete di credere in quella storia, vi si spegne la luce dagli occhi, il vostro cuore fa uno scatto e diventa una trappola. Sentiva cedere dentro di sé la risolutezza iniziale, lei donna così fragile, sensibile, disillusa e legata. Adesso avrebbe voluto averlo il microfono tra le tette, pronto a raccogliere i propri sospiri tra la vita e la morte, informando il mondo fuori che mai l’aveva realmente compresa. E poi era così inebriante sapere di essere ascoltata da qualcuno, magari un timido agente alle prime armi, lontano da quel luogo desolato eppure così vicino alla sua anima invasa dalla passione più estrema, perversa.

– Avanti, fai il bravo… dimmi il tuo nome, non posso mica farti del male da qui. Perché non le stringi di più queste fascette?

Dovevano trovarsi in uno scantinato abbandonato, l’odore di chiuso era molto forte, superava anche il suo olio d’Argan. La stanza era immersa nella semioscurità, nessun mobilio tranne quel letto e una porta sulla destra. L’uomo sembrò riflettere sottovoce, sillabò qualcosa come se avesse un chewingum indurito tra i denti, lo sguardo basso sulle caviglie della donna, tenute unite da fascette di plastica nera. Solo allora notò i due tatuaggi sul collo del piede della sua prigioniera, una farfallina dalle ali rosa con il volto di Betty Boop e una lunga scritta che saliva a spirale fin su il polpaccio: “Nessun tramonto impedirà al Sole di abbronzarmi il giorno dopo. Protezione ZERO tutta la vita!”. Le O delle parole sole e zero erano stilizzate in giallo con tanto di raggi e faccine sorridenti. Il suo aguzzino stringeva il macete nella mano destra e il cellulare nella mano sinistra, stava aspettando una chiamata, doveva solo stare attento a non tranciarsi un orecchio rispondendo d’istinto. Diamante ricordava solo di essersi affacciata dentro l’auto dal finestrino lato passeggero, era la terza macchina che la fermava e il tipo non portava la cintura. Nemmeno il tempo di farglielo notare che le aveva spruzzato qualcosa sul volto sciupandole il trucco, poi si era risvegliata in quel posto, immobilizzata e pronta per essere mutilata con doviziosa cura. Il rumore dei tuoi passi, il tuo odore che svanisce sul cuscino, la luce del giorno in cui mi hai lasciato sola dopo avermi ripetutamente sodomizzata… quello stronzo le avrebbe rovinato la media d’indagini risolte, ma chissà che titoloni l’indomani mattina.

– Piotti mi chiamo, Eugenio Piotti, ragioniere Eugenio Piotti… troia!

Si pentì immediatamente di essersi presentato nome e cognome come all’appello della prima ora, non era mica a scuola. I suoi compagni di classe avevano fatto bene a prenderlo per il culo ogni santo giorno per tutte le elementari e le medie, un percorso scolastico infernale. Per sua fortuna aveva dovuto lasciare gli studi per andare a lavorare nell’officina del padre, ma era riuscito ugualmente a diplomarsi in Ragioneria grazie ai corsi della Scuola Radio Elettra. Anche allora però era capitato più volte che qualcuno dei suoi tutor lo importunasse in piena notte al telefono, prendendolo in giro senza nemmeno conoscerlo.

– Pronto Piotti? Secondo principio della termodinamica?

– Ma veramente io… chi parla?

– Sveglia sveglia gran figlio di puttana!

Eppure anni dopo, morti il padre, la sorella, uno zio, la governante, un canarino, sei tartarughe, macchiato il divano di eco pelle e incendiatasi l’officina (con dentro il fratello, un altro zio malato di leucemia e la polizza assicurativa scaduta), Eugenio Piotti sembrava avere trovato finalmente la sua strada. Un matrimonio felice con una ragazza della parrocchia neppure tanto male, un bimbo pacioccone, il cagnolino nuovo, l’impiego al catasto di Ozziano e un mutuo a trent’anni con rilancio aperto. Ma ecco la tragedia, lenta e inesorabile per il buon ragioniere Piotti: sua moglie si era ammalata di cancro, aveva sconfitto e subito la malattia a fasi alterne per quasi dieci anni, arrendendosi proprio il giorno in cui il loro bambino diventava maggiorenne e spariva per sempre, senza nemmeno dare l’ultimo saluto alla madre defunta. Si diceva che fosse andato a vivere in una comune sugli Appennini, che avesse imboccato contromano il tunnel della droga, che fosse stato rapito dagli zingari o eletto consigliere comunale in una lista civica. Così Eugenio era rimasto solo con il cane, un pastore tedesco che negli ultimi mesi aveva iniziato a scacazzare per casa, andando a sbattere negli angoli del piccolo appartamento preso in affitto vicino alla ferrovia. La banca gli aveva pignorato la casa per il mutuo inevaso pochi mesi dopo la morte della moglie, le costosissime cure avevano prosciugato tutti gli averi della già modesta famiglia Piotti, vallo a spiegare al personal banker del Credito Ozzanese. Da due anni viveva con l’anziana madre, paralitica e malata di Parkinson, lui faceva l’operaio edile in nero quando gli capitava, spendeva parte della pensione della madre senza mai azzeccare un numero al Lotto e ogni sera, dopo il semolino e il cambio del pannolone, scriveva poesie per poi strapparle all’alba. Il muratore dell’amore oppure La cazzuola nel cuore, avrebbe voluto intitolare un giorno la sua prima raccolta di versi.

– Ehi dico a te Eugenio, torna sulla Terra e guardami: perché non mi hai ancora spogliata?

Questa volta Diamante parlò con coscienza, senza più assecondare le pulsazioni in mezzo alle gambe, bensì provando a stabilire un contatto con il suo carceriere, il serial killer di Ozziano, il ragioniere e poeta Eugenio Piotti. Era ancora vestita come una prostituta, la minigonna le era salita sopra le cosce, il top lasciava intravedere i capezzoli sempre più dritti, le dita dei piedi smaltate di rosso come quelle delle mani, lo stesso colore sulle labbra a canotto, sembravano fare ciao ciao al macete.

– Non muovere quelle cazzo di dita dei piedi o te le stacco a morsi!

– Troia…

– Sì, certo, scusa… o te le stacco a morsi, troia!

– Così va meglio.

Fin dall’inizio Diamante si era sentita a proprio agio in quel ruolo, convinta che sarebbe stato tutto suo il merito dell’ennesima indagine andata a buon fine per l’amico Gastaldo. Lui era un ottimo ispettore, intelligente e intuitivo come pochi, fumava sigari cubani, giocava a scacchi, leggeva Proust in lingua originale, cucinava deliziosi manicaretti, coltivava piante grasse, collezionava polo Lacoste e libri Urania degli anni ‘60, suonava il flauto traverso ed era un ineguagliabile intenditore di vini, purtroppo però aveva tutti contro in città, la stampa, i colleghi, le cassiere dei supermercati, pagando a caro prezzo le sue tendenze sessuali e non riuscendo mai a completare una raccolta punti. Da settimane sul suo giradischi suonavano solo vinili di gruppi prog rigorosamente inglesi e da giorni era stato messo in croce dal questore di Ozziano per quella storiaccia del serial killer. Due donne erano state rapite, segregate in posti diversi, flagellate e private della vagina come nelle migliori sceneggiature a tema. Non era mai accaduta una cosa simile in quella ridente cittadina ormai assediata da giornalisti, criminologi, conduttori televisivi, gente con criptici messaggi su felpe colorate, cuochi, miss muretto e immigrati. Il panico regnava sovrano, ma nonostante ciò Diamante era stata ferrea nel suo proposito:

– Vedrai che nel giro di qualche giorno ti porterò il colpevole di questi orribili misfatti, te lo giuro su mio figlio.

– Quale figlio?

– Oh Gastaldo, non metterti anche tu, per piacere, lasciami ragionare!

Le era bastato solo un tardo pomeriggio di marchette sulla statale 114 per adescare Eugenio Piotti. Aveva anche pensato di soddisfare le voglie di bocca del primo cliente, un camionista siciliano di nome Tindaro. “Tindaro il re dell’asfalto” recitavano i led sul gigantesco parabrezza del tir, due assi di mazze a mo’ di virgolette incrociavano la scritta. C’era mancato un pelo, accalorata da quello sconosciuto lavoratore in canotta e collanone d’oro intrecciate sul petto villoso, e quel nome così maschio, ne era certa, il re mazzuto dell’asfalto l’avrebbe fatta sentire donna all’ennesima potenza. Ma non poteva essere lui il killer delle prostitute di Ozziano, intuito femminile. Aveva lasciato perdere Tindaro a malincuore, concentrandosi sulle altre autovetture. Prima il dovere.

Il ragioniere Piotti urlò:

– Ahi, Cristo!

Si era portato via mezzo lobo mentre il cellulare squillava il ringtone di Hey Jude.

Hey Jude don’t make it bad, take a sad song and make it better

Cambiò mano e rispose trafelato. Era il nano blu.

– Certo che è qui signore… no, non ancora. Non lo so, forse, ma che importa?

Seguì una lunga pausa, evidentemente stava ancora parlando il nano. Eugenio ascoltava concentrato, annuendo con il capo grondante sangue dall’orecchio.

– Stai ferma con quel cazzo di piede! No… no!… non dicevo a lei signore, ma certo… sì signore, certo mio signore, come desidera lei, signore. Al solito posto, certo… sarà fatto immediatamente, signore, immediatamente!

Eugenio Piotti era solo l’esecutore materiale di quella serie efferata di crimini, la lunga, abile mano del nano blu, ubbidiva come ipnotizzato a quanto gli aveva ordinato di fare Hugo Val Powski, il nano dalla capoccia gigantesca e la pelle blu. Galeotto era stato il loro casuale incontro avvenuto settimane prima in un desolato bar di Ozziano. Eugenio, essendo astemio, aveva ordinato dell’acqua liscia con ghiaccio e lime, doppia, il barman gliel’aveva servita con tanto di olivetta verde e ombrellino denigratorio, “così… tanto per giocare” si era dovuto giustificare con Hugo Val Powski che, avendo intravisto la scena da sotto il bancone, era saltato sullo sgabello accanto a quello di Eugenio e, in precario equilibrio su un piede, aveva fatto esplodere il naso del barman con una testata precisa e violenta. Deve avere lavorato in un circo, fu il primo pensiero del ragioniere Piotti, e guai a ricevere una testata da un nano dalla pelle blu, il secondo. Hugo Val Powski, nonostante il suo terribile passato e quello strano colorito, odiava gli approfittatori, gli arroganti e le Fiat Panda 4×4 Sisley primo modello che gli rammentavano i giganteschi troll alati per fortuna estintisi da secoli. Ricevute le scuse dal tizio dietro il bancone, Eugenio Piotti e Hugo Val Powski avevano accettato di bere assieme il giro gratis della casa, spostandosi in un tavolino in fondo alla sala. Al terzo bicchierone d’acqua, la vescica sul punto di esplodere, Eugenio aveva raccontato al suo salvatore tutte le tragedie della sua orribile vita, iniziando così una discesa agli inferi che coincideva con la scoperta di un male sempre più oscuro, sempre più difficile da arginare, che stava per travolgere la vita di tutti. Il nano aveva ascoltato in silenzio, per poi esordire con un’unica, lunga frase e una proposta:

– Chiamami semplicemente signore… e non sono un fottuto puffo altrimenti avrei avuto il cappello! Dimmi un po’ messere, ti piacerebbe avere gaudio, fortuna e potere per il resto della tua vita?

I termini del patto erano questi: Eugenio Piotti entro il primo solstizio d’estate avrebbe dovuto procurare al nano, adesso suo blu signore, tre vagine ancora calde e grondanti. Alla consegna della terza topa, Hugo Val Powski gli avrebbe donato lo stecchino del potere, che in verità secoli prima era stato l’osso del dito mignolo del mago Merrodill, ritrovato a inizio secolo in Scozia da un tizio che andava in giro per tombe con tanto di frusta e cappellaccio. Sarebbe bastato portarlo in un angolo della bocca per avere fortuna, potere, donne e denaro a sazietà per il resto dei suoi giorni. Era un’offerta strampalata, ma Eugenio non aveva fatto domande, accecato dal senso di riscatto per i numerosi torti subiti dal destino, pronto a qualsiasi cosa pur di dare scacco matto alla vita grama finora vissuta. Un’ultima domanda però gli era sfuggita, solo perché l’avidità aveva iniziato a fare presa dentro di lui:

– Oltre alle tre vagine, se ti porto anche le sei tette mi farai diventare pilota Ferrari?

Pur non sapendo nulla dello strano nano colorato apparso in quel bar dal nulla, Eugenio si era subito convinto della bontà dell’accordo proposto da Hugo Val Powski, il suo salvatore, creatura dal potere infinito come l’azzurro cielo di cui era sicuramente parte. Non gli occorreva sapere che il nano aveva settecentoventiquattro anni, che era stato il terzo giullare di corte del re Balivio Suttel IV della casata dei Suttel, figlio del mitico e divino re Morgan Suttel III detto il Folle, regnante per oltre un secolo sui territori selvaggi di Vatlavia, luoghi dimenticati di ere passate, quando i draghi venivano combattuti ancora a mani nude dai più temerari cavalieri erranti. Ancora meno avrebbe cambiato le carte in tavola sapere che quelle tre vagine servivano al nano per richiamare in vita lo stesso re Balivio, colui che aveva decapitato il mago Merrodill con un secco colpo di Papatroks, la regale spada della dinastia dei Suttel. A Eugenio interessava solo vendicarsi dei soprusi subiti e ottenere lo stecchino del potere, era disposto a qualsiasi patto scellerato pur di assicurarselo. Adesso gli mancava un’ultima vulva, quella di Diamante, poi avrebbe potuto comprare casco, tuta ignifuga e tutta la Scuderia Ferrari.

La fica di Diamante venne via più facilmente delle precedenti, bastarono tre profonde e decise incisioni a carne viva, come intagliare un triangolino di burro in un panetto lasciato fuori dal frigo nel mese di agosto. Ormai il ragioniere e poeta Piotti aveva capito come e dove utilizzare l’affilatissimo macete, i corsi della Scuola Radio Elettra erano serviti meno della pratica sul campo. Adagiò il terzo organo genitale di quel mese dentro un salvagelo, chiudendolo con del nastro adesivo e riponendolo con cura nella borsa frigo con gli ombrelloni colorati stampati sul coperchio. La donna non aveva fatto alcuna resistenza: al terzo taglio in orizzontale, tra ombelico e monte di Venere, gli era addirittura parso di sentirla gemere, sorridere, poi mollare un sonoro peto per dissanguarsi velocemente sul materasso già tutto rosso. Questa volta la coppia Diamante – Gastaldo non avrebbe risolto alcun caso, se ne sarebbe parlato ancora per qualche mese, congetture su congetture, poi i crimini si sarebbero arrestati, sarebbe accaduto altro, Gastaldo avrebbe trovato un compagno albino e avrebbe lasciato la Polizia, donato la collezione di Urania alla biblioteca comunale, il mondo sarebbe andato avanti anche senza di loro. Il nano blu mantenne la sua promessa: dopo avere riportato in vita Re Balivio grazie al rito delle tre vagine, donò al ragioniere e poeta Eugenio Piotti lo stecchino del potere (prima mignolo del mago Merrodill), che permise a quest’ultimo di restare lontano e impunito dagli atroci delitti, cambiare nome, fisionomia, nazione e vita, riuscendo a partire in pole position con la “rossa” sin dal primo gran premio di Formula 1 a Singapore, proprio all’apertura della nuova stagione automobilistica, primo pilota ugandese nella storia di quello sport a farlo. Durante il gran premio centrò il Grand Celeme, ottenendo oltre alla pole anche il giro più veloce in gara e una leggendaria vittoria. Re Balivio, ancora intorpidito dopo secoli di pausa forzata (“In che razza di mondo mi hai risvegliato? E chi è quell’altro nano dagli strani capelli nella scatola con le immagini parlanti?”), diede subito carta bianca al suo fedele servitore, adesso anche suo primo consigliere, Hugo Val Powski. Quest’ultimo investì la fortuna ricavata dalle rarissime gemme incastonate nell’elsa di Papatroks, acquistando una compagnia telefonica, una squadra di calcio, fondando un partito politico e aprendo una casa di produzione per porno amatoriali web oriented, specializzandosi in film con nani superdotati e assetati di sesso. Presto Hugo Val Powski divenne l’attore di punta della HalfDwarf.com, vincendo per tre anni il titolo di migliore attore agli AVN Awards, gli oscar del porno internazionale, ormai conosciuto sui pc di tutto il mondo semplicemente come Le Grand Bleuil nano sventra ano. Oh, se fosse stata ancora in vita la bella Diamante…

Artworks by Luis Quiles ©

Trilogia legata – racconto 1 di 3 (link)

Trilogia legata – racconto 3 di 3 (link)

3 thoughts on “MANGIAVA SEMI DI PAPAVERO ROTTI CONVINTO FOSSERO BAMBINI COTTI [Trilogia legata – 2 di 3]”

  1. Lontani i tempi tranquilli di PACE, eh? occorre che lo rilegga qualche volta per capirlo meglio. Intuisco un certo mal di panza verso il proliferare di gialli e noir, o no? Comunque lo stile ruvido e insolente ti dona sempre wuahhhhhh

  2. Racconto complesso, all’inizio ci avevo creduto che ti eri dato al thriller dozzinale, poi l’ho capito meglio. Ti preferisco meno sarcastico, troppo acidulo qui 🙂 Però ho riletto la prima parte di questa strana “trilogia” e a questo punto resto davvero in attesa di leggere il resto.
    Sempre piacevole il tuo scrivere, di certo non sai mai cosa aspettarsi.

    P

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