Lego

Quando si staccò l’occhio destro, cadendo nel passato di carote con un sordo “pluf!”, capì che era giunta l’ora. Il piccolo tsunami arancione traboccò sulla tavola, accanto alla cannuccia che ormai usava per nutrirsi, sporcandogli il pigiama che non cambiava da una settimana.

L’occhio al centro del piatto sembrava un atollo circondato da una barriera corallina.

Eye by MaCa

Di mattina aveva chiamato il collega al quale, un paio di giorni prima, aveva spiegato di non potere andare in ufficio per una “violenta indisposizione”. Questa volta gli aveva detto la verità, o almeno ci aveva provato: “Sho haenno a heeezz!” era riuscito in qualche modo a mugolare mentre sputava la lingua contro il cellulare. Non aveva mai immaginato di avere ospitato per tutta la vita quel gigantesco verme. Appuntò nel taccuino data, ora e la parte del corpo andata, “Lingua”, poi toccò all’atollo.

All’inizio dello strano fenomeno, la sua condizione di cinquantenne scapolo gli era apparsa come una piccola fortuna, nessuno avrebbe disturbato il suo crollare a pezzi. Aveva accettato quel lento disgregarsi non chiedendosi chi fosse stato a maledirlo in un modo così bizzarro. Era semplicemente qualcosa d’inevitabile, si doveva pur lasciare la partita e a lui era toccato così, niente sangue, niente dolore, solo quel rilasciare parti di sé come una margherita che dissemina petali durante una tormenta.

I denti lo avevano abbandonato nell’arco di ventiquattrore, uno ogni quarantacinque minuti.

Tongue by MaCa

Aveva indossato il pigiama, il cappello di lana, le pantofole, e si era buttato una coperta sulle spalle, riflettendo sul da farsi. Aveva anche chiamato il collega per avvisarlo di quella “violenta indisposizione”, inutile senso del dovere ben più resistente del suo corpo in frantumi. Quando aveva riattaccato se n’era andato a dormire, risvegliandosi senza il cazzo, abbandonato tra le lenzuola e la borsa dell’acqua calda. Le orecchie rimasero dentro il cappello scaraventato fuori dal balcone per il troppo prurito, i capelli, una volta neri e folti, li raccolse ciocche su ciocche sopra il cuscino.

Passò quei giorni di addii tra il letto e il divano. Accanto ai libri teneva il taccuino con la copertina nera, la penna e una sacca termica nella quale riponeva le parti perse.

Dopo il “pluf!” dell’occhio destro, si alzò da tavola per andare in salone, rischiando di scivolare sul proprio naso. Era stato un grosso naso, di quelli importanti ai quali ci si affeziona. Raccolse con una paletta quel che ne restava e lo lasciò cadere nella sacca termica, dimenticando di annotarlo nel taccuino. Aprì un cassetto della scrivania e tirò fuori degli occhiali comprati per pochi spiccioli in farmacia. Da un altro cassetto prese del nastro adesivo e li fissò al volto, schiacciandoli contro gli zigomi. L’assenza del naso gli facilitò il compito.

Skull by MaCa

Con una mano spinse le lenti contro il volto, era fondamentale trattenere l’occhio rimasto almeno fino al balcone, voleva proprio vedere come sarebbe andata a finire.

Appena giunse fuori, il nastro adesivo cedette e l’occhio anticipò la sua caduta.

Original paintings by MaCa

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